Gli americani si sono detti inequivocabilmente contrari alla clausola del ‘Buy European’ nel campo della difesa – che peraltro si manifesta in vari interventi legislativi dell’Unione Europea, dal Safe ad Edip, sino alla messa a terra del prestito da 90 miliardi all’Ucraina per i prossimi due anni, in corso di definizione. Washington però ora minaccia: se le aziende Usa avranno difficoltà a partecipare agli appalti in Europa, ora che i miliardi iniziano a scorrere, potrebbe scattare la rappresaglia.
“Gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi modifica della direttiva che limiti la capacità dell’industria statunitense di sostenere o partecipare in altro modo agli appalti di difesa nazionale degli Stati membri dell’Ue”, ha scritto l’amministrazione statunitense dopo che il ramo esecutivo dell’Ue aveva richiesto un feedback ai governi e all’industria sulle norme europee in materia di armamenti. “Le politiche protezionistiche ed escludenti che costringono le aziende americane a uscire dal mercato, mentre le più grandi aziende europee del settore della difesa continuano a trarre grandi vantaggi dall’accesso al mercato degli Stati Uniti, sono una linea di condotta sbagliata”, ha aggiunto la nota, rivelata da Politico. Una preferenza europea “comprometterebbe il riarmo europeo e indebolirebbe l’interoperabilità e la prontezza della Nato”, ha evidenziato ancora il Pentagono.
La Commissione, infatti, dovrebbe presentare un aggiornamento della direttiva sugli appalti del 2009 nel terzo trimestre, nel contesto di una più ampia – e controversa, tra gli Stati membri – spinta verso l’adozione di norme più favorevoli all’acquisto di prodotti europei, in particolare su richiesta della Francia. Ma non è ancora chiaro se il nuovo testo includerà norme vincolanti a favore dei produttori nazionali. Alla Nato da tempo storcono il naso. Il segretario generale Mark Rutte si è sempre detto contrario a creare “barriere artificiali” all’interno dell’ecosistema industriale transatlantico poiché, a suo dire, la sicurezza comune non ne trarrebbe vantaggio. Il ragionamento a Bruxelles però è un altro. Come può l’Europa assumersi più responsabilità sulla difesa convenzionale, così come chiede Donald Trump, se non può al contempo sviluppare le capacità militari necessarie? E soprattutto: è giusto che i quattrini dei contribuenti vadano alle major Usa – attualmente circa il 50-60% degli acquisti europei va oltre oceano – invece di generare lavoro e ricadute preziose sul know-how in loco? Ecco perché si sono cercate delle soluzioni di compromesso. Gli europei, in tutto questo, provano a farsi forza. A Cracovia, nel corso della riunione dei ministri della Difesa delle potenze militari del Vecchio Continente (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Polonia, o E5), il tedesco Boris Pistorius ha annunciato che, per favorire l’integrazione, si sta pensando di creare “una flotta comune di cisterne o di una task force multidominio o di una versione europea dei Five Eyes”, cioè l’accordo sull’intelligence che lega Usa, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Insomma, l’esercito europeo sarà ancora lontano (lontanissimo) ma qualcosa si sta muovendo. Non a caso Elly Schlein, segretaria del Pd, ha puntato il dito contro la presidente del Consiglio. “Noi – ha detto – siamo fortemente a favore di una difesa comune che passa dal rafforzamento delle industrie europee” mentre “Giorgia Meloni è contraria alla clausola Buy European” perché “vuole aumentare la spesa militare per comprare più armamenti da Trump: questo però ci renderà più dipendenti, non meno dipendenti”.
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