L’arresto dell’ex ‘principe delle tenebre’ del New Labour di Tony Blair, dopo quello di un ex principe di sangue reale come Andrea. Lo scandalo sulle frequentazioni britanniche di Jeffrey Epstein, defunto finanziere pedofilo americano amico di ricchi e potenti in giro per il mondo, scuote il Regno Unito come uno tsunami a tutti i livelli: da Buckingham Palace al governo laburista di Keir Starmer.
L’ultimo sviluppo clamoroso è rappresentato dal fermo di polizia nel cuore di Londra del 72enne Peter Mandelson, già ministro e poi commissario Ue influente quanto chiacchierato, ripescato da Starmer un anno fa come ambasciatore negli Usa di Donald Trump, prima d’essere silurato obtorto collo.
L’ex eminenza grigia del blairismo è finito in guardina per mano di Scotland Yard con la stessa accusa dell’ex duca di York: “Condotta illecita nell’esercizio di funzioni pubbliche”, per avere nel suo caso spifferato a Epstein (e ad altri businessmen) delicate informazioni governative segrete, utilizzabili a scopo di lucro, mentre era al potere nei primi anni 2000. Ultimo anello di una catena di presunte malefatte che intanto minaccia di scuotere il trono del 77enne Carlo III. Chiamato in causa ormai direttamente da più parti, nella sua veste di capo della famiglia reale, su decenni di sospette coperture; e sollecitato qua e là sui media persino a “valutare” – al di là del coraggio riconosciuto con cui sta combattendo la battaglia contro il tumore diagnosticatogli nel 2024 – lo scenario tabù per eccellenza di casa Windsor: un’ipotetica abdicazione. Ad azzardare questo sbocco come estrema ancora di sopravvivenza per l’istituzione è ad esempio la giornalista Shelagh Fogarty, ex volto noto della Bbc, che indica la strada di un – pur non immediato – passaggio di consegne all’erede William alla stregua di un gesto “di generosità” da prendere “in considerazione”, sull’esempio “delle dimissioni di papa Benedetto XIV” che aprirono le porte alla “svolta di papa Francesco”.
Convinta che il principe di Galles abbia se non altro il profilo generazionale giusto per provare a “modernizzare (e a salvare) la monarchia”. Elucubrazioni che il 43enne William in qualche modo alimenta, facendo un passo avanti nella visibilità pubblica alla cerimonia di premiazione dei Bafta, gli Oscar britannici, dove è ricomparso al fianco della consorte dopo due anni di forfait coincisi con la drammatica sfida al cancro affrontata pure da Kate. “In questo momento non sono in uno stato di calma”, le sue parole: quasi un messaggio in codice per esprimere turbamento, se non impazienza. I contorni dello scandalo che investe suo zio, fratello minore di Carlo III e figlio prediletto di Elisabetta II, vera responsabile postuma delle protezioni accordate per anni e anni al reprobo, si fanno del resto ogni giorno più imbarazzanti. Per lui, come per un’intera dinastia in calo di consensi e per un governo reso ancor più impopolare dal parallelo caso Mandelson.
A partire dalla denuncia ulteriore dell’ex premier Gordon Brown sull’abuso attribuito ad Andrea di basi e velivoli della Raf sfruttati nei panni di emissario commerciale governativo per compiere in realtà visite ‘private’ al sodale di bisbocce Epstein. Senza tralasciare il progetto di legge senza precedenti sulla sua cancellazione formale dalla lista di successione al trono – ultimo privilegio simbolico superstite di un diritto di sangue rivendicato (invano) con protervia financo contro l’arresto di giovedì – messo in cantiere da Starmer; e accolto dal placet immediato di altri governi di Paesi del Commonwealth rimasti legati alla corona come quello australiano di Anthony Albanese. Ma soprattutto senza tralasciare le nuove accuse, estranee agli Epstein Files, sollevate da ex alti funzionari pubblici britannici secondo i quali l’ex duca si sarebbe fatto pagare dai contribuenti, nei panni di emissario commerciale del governo di Londra indossati fra il 2001 e il 2011, persino spese personali per “massaggi” e lussi vari, a costi “smodati”.
Vicende su cui re Carlo promette adesso la massima collaborazione agli inquirenti – al pari di Starmer – affinché “la legge faccia il suo corso”; senza poter spegnere peraltro l’ultima polemica innescata dai tabloid sui documenti che sembrano provare come lui stesso fosse stato informato almeno dal 2019 degli scambi d’indiscrezioni e d’affari allargati a suo tempo da Andrea anche ai controversi banchieri Rowland. Mentre un ex ministro Tory, Tom Tugendhat, veterano delle forze armate di Sua Maestà non certo repubblicano, evoca ormai il marchio “dell’alto tradimento”: su Mandelson, come sul figlio di Elisabetta che da giovane combatté nella guerra delle Falkland.
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