Al via in Cile l’era di Josè Antonio Kast. Tre mesi dopo aver stravinto le elezioni, s’è insediato il presidente più conservatore della storia democratica della giovane Repubblica cilena. Da oggi Donald Trump sa che potrà contrare in America Latina su due alleati più che fedelissimi: lui e il presidente argentino Javier Milei. Un grande amico anche del governo italiano: poche settimane fa, non ancora in carica, ha già fatto visita a Giorgia Meloni. “Sono qui in nome e per conto del governo italiano: tra la Presidente Meloni e il Presidente Kast il rapporto ha radici antiche”, ha detto la ministra Annamaria Bernini, appena atterrata in Cile in rappresentanza dell’esecutivo.
Presenti anche 12 capi di stato tra cui, oltre Milei, il Re di Spagna, il boliviano Rodrigo Paz, Daniel Noboa dall’Ecuador e Nasry Asfura dall’Honduras. E la leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel, Maria Corina Machado. Due i grandi assenti, entrambe progressisti: la Presidente del Messico, Claudia Sheinbaum. E soprattutto il presidente brasiliano, Luis Inácio Lula Da Silva, infastidito dal fatto di potersi trovare accanto Flavio, il figlio di Jair Bolsonaro, suo probabile avversario alle prossime elezioni di ottobre.
In appena 20 muniti, al termine di una sobria cerimonia nel Congresso di Valparaiso, la guida del Paese andino è passata da Gabriel Boric, un giovane presidente progressista, ex dirigente del sindacato studentesco, a un cattolicissimo ex avvocato sessantenne, con nove figli, anti-abortista, e soprattutto difensore del ruolo che ebbe la dittatura di Augusto Pinochet nel fermare il comunismo e rilanciare l’economia nazionale. Un svolta epocale dopo 36 anni di governi guidati da socialdemocratici, democristiani, liberali, ma comunque tutti critici di Pinochet.
La traiettoria politica di Kast invece è totalmente opposta: entrato in politica sotto l’ala protettiva del principale ideologo del dittatore, Jaime Guzmán, e del partito che lo ha cresciuto agli inizi della sua carriera, l’Unione Democratica Indipendente (Udi), ha vinto le elezioni di dicembre promettendo di portare ordine e pace nel Paese di fronte al “caos”, lo stesso slogan usato dalla campagna di Pinochet in occasione del plebiscito del 1988, quella volta perso dal Generale. Stavolta invece Kast ha vinto. E da subito s’è detto impegnato a istituire un “governo di emergenza” per combattere la criminalità organizzata, l’insicurezza e l’immigrazione illegale.
In attesa del suo piano di riforme, ha già lanciato alcuni segnali politici molto chiari: nel suo governo ha voluto alla Difesa e alla Giustizia due avvocati che difesero il dittatore.
E la ministra per la parità è una attivista anti-abortista evangelica. Infine un dettaglio solo apparentemente simbolico: nel ritratto ufficiale che sarà esposto a partire da oggi in tutti gli edifici pubblici e le questure del Paese, Kast indossa la fascia presidenziale con lo stemma nazionale al centro. Dal ritorno della democrazia, nessun presidente ha più adottato questo simbolo istituzionale: l’ultimo è stato il dittatore Augusto Pinochet.
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