Foto di Giorgia Meloni e Carlo Nordio che bruciano in piazza. I fumogeni che danno fuoco alle immagini si alzano durante il corteo a Roma, indetto contro il “governo liberticida e la guerra” ma anche contro il referendum e fanno salire ancora una volta i toni dello scontro sulla riforma della giustizia.
“Eccessi aggressivi, lungi dall’intimorirmi”, commenta il Guardasigilli che si dice pronto a proseguire “con determinazione e vigore”. Stigmatizzano quanto avvenuto il presidente del Senato, Ignazio La Russa, e il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: “inaccettabile”, dice il primo mentre il secondo invita a evitare “inutili tensioni”. Più netto ancora il partito della premier: “Scende in campo l’odio rosso”, scrive FdI sui social. Dal fronte delle opposizioni parla Giuseppe Conte, che condanna qualsiasi forma di “violenza” e vede però dietro l’angolo il rischio di “strumentalizzazioni”.
Da qui l’invito a combattere solo con la “forza delle idee”. La prima immagine raffigurava la premier mentre teneva al guinzaglio, con tanto di museruola, il ministro della Giustizia; la seconda rappresentava la stretta di mano tra Meloni e Netanyahu. Ma per le strade della capitale non ci sono stati solo i cartelloni dati alle fiamme: c’è chi avrebbe portato “una bambola che raffigura Giorgia Meloni su una barella del pronto soccorso”, racconta la vicepresidente di Fratelli d’Italia alla Camera, Augusta Montaruli. Intorno, dice sempre l’esponente del partito della premier, alcune manifestanti: “Quando una donna non è della loro parte politica, improvvisamente diventa legittimo umiliarla”.
Manca una settimana al voto sul referendum sulla separazione delle carriere e la riforma del Csm: sette giorni ancora di campagna elettorale in un clima di crescente tensione con i partiti impegnati sul territorio. Forza Italia, che conduce la battaglia in nome di Silvio Berlusconi, ha inventato le Frecce per il sì: treni con a bordo esponenti del partito e simpatizzanti che per due giorni hanno attraversato l’Italia dal Nord al Sud. Antonio Tajani non si stanca di ripetere come anche “un solo voto” possa fare la differenza: la richiesta che il leader azzurro rivolge ai suoi e in particolare ai giovani è di battere il Paese “strada per strada, casa per casa, scuola per scuola”. Le ultime Frecce arrivano a stazione Tiburtina a Roma accolte da palette e cappellini e lì il partito, ospite della sala stampa di Rfi, spiega ancora una volta le ragioni del Sì: “Nessuno – ci tiene a sottolineare Tajani – si vuole liberare della magistratura”; al contrario, l’obiettivo è restituirle “sacralità”.
Più di qualche stoccata è rivolta al procuratore di Napoli Nicola Gratteri: “Noi siamo diversi, i conti non li dobbiamo fare con nessuno perché in democrazia non si fanno né con chi vince né con chi perde”, dice Tajani riferendosi alle ultime affermazioni del magistrato. La Lega, accusata di essere più tiepida, rivendica di aver organizzato “1500 gazebo solo nell’ultima settimana”, alcuni anche nella capitale dove si fa vedere Matteo Salvini. Il leader leghista fa mostra di un certo ottimismo, convinto che “tanta gente silenziosamente andrà a votare Sì anche a sinistra”.
Una convinzione che sembra condivisa in maggioranza. Ciò che è certo, ripetono dall’esecutivo, è che la prossima settimana non sarà “un voto sul governo” e a chi come Conte parla di “una politicizzazione” del voto risponde il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano: quello del prossimo fine settimana è “un voto tra chi vuole il cambiamento e la modernizzazione del sistema giudiziario italiano e chi si ostina a difendere la casta delle correnti”. Niente affatto, la tesi del Partito democratico: “Il 22 e 23 marzo non si vota su una norma tecnica della giustizia. Si vota – sostiene il capogruppo Dem al Senato Francesco Boccia – per decidere se la Costituzione deve restare il porto sicuro della nostra democrazia”.
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