Fuori l’inferno creato del terremoto di tre anni fa è ancora visibile, ma non appena varcata la porta della chiesa cattolica di Antiochia nel cortile silenzioso la luce del sole illumina alberi di arance e limoni. Una calma quasi irreale, in contrasto con le macerie delle case che circondano l’edificio e il rumore dei martelli pneumatici degli operai che poco più in là lavorano incessantemente alla ricostruzione del centro storico della città, la più colpita dal sisma che il 6 febbraio del 2023 si è abbattuto sul sud est della Turchia, e nella vicina Siria, provocando la morte di almeno 53mila persone. “Psicologicamente il trauma del terremoto ha ancora un grande effetto sulle persone”, dice all’ANSA Javed Masih, frate cappuccino originario del Pakistan che nei mesi scorsi è arrivato nel sud est anatolico.
Guida la comunità cattolica locale di Antiochia, dove secondo gli Atti degli apostoli i cristiani furono così chiamati per la prima volta e che oggi sono un’esigua minoranza tra gli 86 milioni di cittadini turchi, per oltre il 99% di fede musulmana. “Qui c’è molto rispetto” per le minoranze religiose da parte della popolazione locale, sottolinea Attilio Cantoni, sacerdote della diocesi di Milano che si prepara alle celebrazioni pasquali nella Chiesa di Antiochia. La piccola comunità cattolica locale è formata da poche decine di persone, sette o otto famiglie che sono rimaste in città anche dopo il terremoto, mentre molti altri sono partiti subito dopo il sisma. E anche a tre anni di distanza dal terremoto i segni della devastazione sono ancora evidenti quasi dappertutto, tra le strade non asfaltate, immensi spazi vuoti coperti da macerie e tantissime persone che vivono in container di 21 metri quadrati mentre molte delle nuove case sono ancora in costruzione.
“Questa situazione disturba e crea ansia nelle persone ma qui stiamo cercando di costruire una buona atmosfera, stiamo cercando di costruire una buona comunità, avvicinando le persone, portandole a stare assieme perché questo è l’unico modo per sopravvivere”, afferma Padre Javed. I pochi cattolici di Antiochia da più di trent’anni celebrano ogni anno la Pasqua assieme alla comunità dei cristiani ortodossi, mentre ufficialmente la celebrazione pasquale cattolica e ortodossa avviene in date diverse. Succederà anche quest’anno. La decisione è stata presa da Padre Domenico Bertogli, un sacerdote emiliano che ha vissuto ad Antiochia dal 1987 fino alla fine del 2022 e che ha pensato di celebrare la Pasqua assieme agli ortodossi per tenere unita la già piccola comunità cristiana, ricevendo anche l’approvazione da parte di Papa Francesco. La chiesa cattolica di Antiochia è rimasta in piedi anche dopo il terremoto, che ha causato danni minori alla struttura, mentre vari edifici religiosi nelle immediate vicinanze, come una moschea e una chiesa ortodossa, sono crollati o sono stati duramente danneggiati. La chiesa è allestita dagli anni ’70 all’interno dei locali di una tipica casa di Antiochia, un edificio con i muri di pietra bianca in stile arabo con il cortile interno, che dispone anche di alcune abitazioni per i fedeli. Salendo al piano superiore e guardando l’antico campanile si scorge accanto anche l’alto minareto della moschea che si trova poco più in là, mentre sempre nelle vicinanze c’è una sinagoga, chiusa, e un solo ebreo è rimasto a vivere in città.
“Dopo lo shock del terremoto le persone hanno bisogno di un po’ di comfort, di amore, hanno bisogno di sentirsi in sicurezza, ed è quello che stiamo facendo insieme qui come sacerdoti, aiutarli spiritualmente a creare un legame tra di loro, perché è l’unica sicurezza, perché quando le persone hanno dei problemi psicologici ma sanno di potere contare su degli amici questo dà loro un senso di protezione, di sicurezza e di speranza”, dice Padre Javed che presto celebrerà la sua prima Pasqua ad Antiochia.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
