Vent’anni fa ne Il diavolo veste Prada di David Frankel (il film dall’omonimo bestseller di Lauren Weisberger, ispirato dall’esperienza dell’autrice alla corte dell’imperatrice di Vogue, Anna Wintour) la tre volte vincitrice di Oscar Meryl Streep ha plasmato un personaggio diventato iconico per più generazioni: Miranda Priestly, la brillante, elegante, sferzante, potente direttrice del magazine di moda più autorevole del settore. Una diva che deve affrontare nuove sfide in Il diavolo veste Prada 2, sempre diretto da Frankel, con il ritorno da coprotagonisti di Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, in arrivo nelle sale il 29 aprile con Walt Disney.
“Ciò che mi è piaciuto di lei stavolta – spiega Meryl Streep nella conferenza stampa globale in remoto – sia il fatto che questa Miranda, definita dal suo potere e non dai suoi scrupoli, si trovi improvvisamente a dover navigare in un mondo in cui rischia di perdere il controllo che esercita così saldamente su ciò che fa. Del primo film ho amato che si intravedesse il suo amore per il suo lavoro. Il suo attaccamento non è solo quello di essere al comando, ma l’esserlo in qualcosa che è alla ricerca della bellezza e che celebra il meglio delle capacità umane. Lei protegge il suo sentirsi una curatrice di cultura, è un ruolo di cui è molto orgogliosa. Ma quando le cose iniziano a precipitare e sente che la nave è in pericolo, deve scendere a compromessi, una parola che le risulta difficile da pronunciare”. A Streep “piacciono tutte queste prese di coscienza di Miranda, anche se resta sempre piuttosto ‘cattiva’ – sottolinea sorridendo – e efficiente in quello che fa”.
La storia riparte dal non facile ritorno dopo anni come reporter d’inchiesta, della giornalista Andy Sachs (Anne Hathaway), agli ordini della direttrice di Runway, Miranda Priestly (Meryl Streep), per aiutarla a uscire da una tempesta mediatica. Un nuovo incontro non proprio sereno nel quale giocano una parte come sempre il fido Nigel (Stanley Tucci) , art director di Runway oltre che fido collaboratore e confidente di Miranda e l’ex assistente Emily (Emily Blunt) approdata a un diverso importante incarico. La storia tra New York e Milano, nel prevedibile trionfo di glamour (con la presenza di una valanga di brand del lusso e anche di molti stilisti, da Brunello Cucinelli a Donatella Versace) accenna anche ai mondi della creatività (e non solo) sempre più in crisi, tra dittatura del web, miliardari arrembanti e diseguaglianze. Nel cast tra gli altri anche Kenneth Branagh, Simone Ashley, Justin Theroux, Lucy Liu, Patrick Brammall, Caleb Hearon, Helen J. Shen e B.J. Novak.
“Il fatto che questo sequel sia uscito vent’anni dopo il primo film è fantastico, perché la società è così differente adesso – osserva Stanley Tucci -. Il mondo del giornalismo è molto diverso a causa dei social media, dell’intelligenza artificiale e di certi governi. E anche il mondo della moda è molto diverso. Il film affronta queste tematiche e poi si concentra su come i personaggi affrontano tutto questo a livello personale”. Un panorama al quale Andy, il personaggio di Anne Hathaway, guarda con meno paura: “Adoro la sicurezza in sé che ha stavolta – spiega l’attrice -. Nel primo film, era completamente spaesata” ma la ritroviamo dopo che ha realizzato il sogno di fare la giornalista d’inchiesta e “ho trovato molto interessante che una persona così definita dai suoi principi venisse messa nella posizione di chiedersi se per aspirare a qualcosa di ancora più importante, debba scendere a compromessi”.
Rispetto al primo film, invece “Emily, a livello umano, forse, è regredita – sottolinea con ironia Emily Blunt -. Ora si trova in una posizione di potere, e le piace dominare chiunque le capiti a tiro. Credo che si sia in qualche modo adattata ai tempi. È sopravvissuta” ma “credo che nel suo cuore desideri profondamente essere considerata un’icona, soprattutto da Miranda”.
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