Donald Trump torna ad attaccare l’Italia, all’indomani della visita del suo segretario di Stato Marco Rubio a Roma per tentare di ricucire col Vaticano e con il governo Meloni dopo le precedenti bordate del presidente americano. In una telefonata esclusiva con il Corriere della Sera, a una domanda sulla premier Giorgia Meloni, The Donald ha ribadito: “L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l’Italia, e così il mio Paese”.
All’osservazione che Roma potrebbe fornire dragamine dopo il cessate il fuoco in Iran, il tycoon ha interrotto la giornalista del Corsera ripetendo ancora una volta: “L’Italia non c’era quando ne avevamo bisogno”. Un riferimento al mancato appoggio alla guerra di Usa e Israele contro Teheran e al diniego della base di Sigonella. Nella telefonata il commander in chief non ha voluto commentare lo spostamento di truppe dalla Germania, potenzialmente verso il fronte orientale della Nato, mentre ha confermato che “sta ancora prendendo in considerazione” di spostare truppe dalle basi italiane. Alla domanda infine sul perché abbia postato nei giorni scorsi su Truth un’intervista di febbraio a Salvini (incentrata sull’assoluzione per la gestione dei migranti nel processo Open Arms), quasi a minacciare di poter cambiare il cavallo su cui puntare nella coalizione governativa italiana, il presidente ha replicato così: “Perché lo ritenevo appropriato”. Insomma, un altro siluro all’ambizione italiana di fare da ponte transatlantico nell’era Trump, benché Giorgia Meloni sembri volersi affrancare sempre di più da questo ruolo dopo il conflitto in Iran, anche per le potenziali ricadute elettorali negative associate alla figura e alle azioni del tycoon. Di Donald, insomma, non ci si può fidare perché mette nei guai pure amici e alleati: nel caso dell’Iran, non solo non li ha consultati ma neppure avvertiti e ora pretende che intervengano in una guerra che sta danneggiando l’economia globale. È la linea ribadita anche da Rubio nella sua visita a Palazzo Chigi, come ha spiegato lui stesso poi in un punto stampa all’ambasciata americana a Roma, lamentandosi del mancato appoggio degli alleati in Iran che potrebbe costare loro il ritiro di truppe Usa: “Uno dei vantaggi dell’essere nella Nato è che ci consente di avere forze dispiegate in Europa e basi che ci danno capacità logistiche per proiettare potenza in caso di emergenze. Ma abbiamo avuto una situazione di emergenza e alcuni Paesi europei, come ad esempio la Spagna, ci hanno negato l’uso di quelle basi per una contingenza molto importante. In qualche modo questo diniego ha ostacolato la missione — non gravemente, ma con un costo — e ha persino creato alcuni rischi inutili”.
Quindi, ha concluso, “se una delle principali ragioni per cui gli Stati Uniti sono nella Nato è la possibilità di avere forze dispiegate in Europa da utilizzare in altre emergenze, e questo ora non è più possibile almeno con alcuni membri della Nato, allora questo è un problema e deve essere esaminato”. La decisione sull’eventuale ritiro di truppe Usa dalle basi di alcuni Paesi, tra cui l’Italia, sarà presa dal presidente, ha avvisato Rubio, costretto a navigare a vista come tutto il resto dell’amministrazione americana. Guido Crosetto e Antonio Tajani hanno gettato acqua sul fuoco, negando strappi e insistendo su un’alleanza bilaterale che va oltre i governi e le persone. “Strappo Italia-Usa? Non c’è mai stata preoccupazione – ha assicurato il ministro della Difesa – non ci sono strappi. Ci sono volte in cui le nazioni possono avere idee diverse o dare giudizi diversi sugli avvenimenti, ma la visione di lungo periodo e l’alleanza, un’alleanza che dura da decenni e che si è consolidata, la stessa visione del mondo, quella non può cambiare. Non dipende dai governi, non dipende dalle persone, prosegue il nostro rapporto con gli Stati Uniti che non si è mai incrinato”. Anche il titolare degli Esteri ha ribadito che “gli Stati Uniti sono il nostro principale alleato” e che “se ci sono delle cose che non condividiamo, le diciamo, sempre schiena dritta e testa alta”. Ma è probabile che a Palazzo Chigi, come in Vaticano, già si cominci a pensare al dopo Trump o, almeno, a un Trump azzoppato alle elezioni di Midterm tra sei mesi.
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