Mondiali: a casa degli Usa, la giornata particolare dell’Iran – Le Squadre – Ansa.it

Mondiali: a casa degli Usa, la giornata particolare dell’Iran – Le Squadre – Ansa.it


Il tramonto rosato sullo stadio di Carson, a sud di Los Angeles, è l’incongrua scenografia del cortocircuito geopolitico di questi Mondiali di calcio. Dentro all’arena dei LA Galaxy si allenano i 26 giocatori della nazionale iraniana: arrivati da poche ore da Tijuana, appena oltre il confine, con un viaggio di mezz’ora d’aereo e quattro ore di controlli, palleggiano e si rincorrono alle porte della città che ospita la più grande diaspora persiana degli Stati Uniti, il Paese che li bombarda da febbraio e che ha concesso l’ingresso solo a ridosso della partita d’esordio con la Nuova Zelanda.

Fuori dallo stadio, osservati da un cordone di polizia e sceriffi, una cinquantina di iraniani residenti in California protesta con megafoni, bandiere precedenti alla rivoluzione islamica con il leone dorato al centro, e grandi foto del re Reza Pahlavi, figlio in esilio dell’ultimo scià, per loro unico leader legittimo del Paese da cui sono fuggiti. “Questa non è la nazionale dell’Iran, è la nazionale della Repubblica islamica. Dovete stare attenti a cosa scrivete”, taglia corto Bahar, una giovane donna arrivata da Teheran cinque anni fa. “Non potremmo mai esultare per un loro gol o sentirci orgogliosi di vederli entrare in campo. Sono emissari dei terroristi. Il vero popolo iraniano è questo”, si commuove indicando un grande collage di foto di giovani uccisi durante la repressione delle proteste di gennaio. Per spiegare come si sente, Bahar ricorre a un paragone estremo: “È come se i nazisti si fossero presentati a una competizione internazionale sotto il vessillo di Israele, proclamando che rappresentavano il popolo ebraico. Gli islamisti stanno reprimendo e sterminando gli iraniani da decenni: che ci fanno qui?”. “Manifesteremo davanti allo stadio prima della partita. Alcuni di noi entreranno con le nostre bandiere per fischiare l’inno nazionale”, dice Nusha, 35 anni, riccioli biondi, occhiali neri, megafono in mano e un tatuaggio dell’Iran stilizzato sul polso.

“La tregua serve solo per far giocare la Coppa del Mondo in un clima meno teso, ma finirà presto. Non puoi trattare con macellai del genere”, sentenzia. Dentro allo stadio in cui hanno giocato David Beckham e Zlatan Ibrahimovic, un pugno di tifosi osserva l’allenamento. Gigi Godestani è una donna di mezza età, capelli lunghi tenuti indietro da una fascia verde, bianca e rossa. Nel campo bianco spicca il simbolo della Repubblica islamica. “Si sono persi nella storia. Non conoscono la realtà”, dice riferendosi ai manifestanti. “Siamo qui per sostenere la nostra squadra. Questi ragazzi meritano il tifo della loro gente. Non importa quello che abbiamo passato per arrivare fin qui. Ora ci siamo e vinceremo”. “Sono nato negli Stati Uniti da genitori iraniani. Mi sento orgoglioso di questi giocatori. Non sono responsabili di alcuna situazione politica e non dovrebbero pagarla sulla loro pelle”, argomenta Farid Adibi, 25 anni, una sciarpa con i colori nazionali sulle spalle. È un botta e risposta tra chi è dentro e chi è fuori: i due gruppi sono distanti pochi metri, ma le mura dello stadio e gli agenti schierati rendono quella distanza plasticamente incolmabile. Al SoFi Stadium, dove si giocherà Iran-Nuova Zelanda, Ghalenoei aveva provato ad avvicinarli. “Siamo qui per giocare a calcio e siamo qui per rappresentare il rispettabile popolo dell’Iran, sia gli iraniani che vivono in Iran sia la diaspora iraniana”, ha detto il ct.

“Pensiamo soltanto al nostro Paese. Non siamo persone politiche”. Los Angeles ospita la più grande comunità persiana degli Stati Uniti, circa 500 mila persone. Molti sono arrivati dopo la rivoluzione del 1979, altri qui sono nati e da febbraio fanno i conti con la contraddizione di un Paese adottivo che fa la guerra a quello d’origine. Se la comunità è divisa, sono state le tensioni ad alto livello a complicare il viaggio del Team Melli fino alla California. Un viaggio accidentato e storico: l’Iran è la prima squadra a partecipare a un Mondiale organizzato da un Paese con cui è in guerra. Pochi minuti prima che Ghalenoei e il resto della delegazione – “circa 50 persone in totale”, ha detto all’ANSA un funzionario iraniano – si presentassero alla stampa, Donald Trump aveva annunciato la tregua. “Certo che sento la tensione -, ha ammesso l’attaccante Mehdi Taremi -. Non stiamo vivendo la stessa bella esperienza di pace e gioia che avevamo vissuto in passato”, ha continuato l’ex attaccante dell’Inter, protagonista con l’Iran in Russia nel 2018 e in Qatar nel 2022. “Questa tensione mina la gioia del gioco e il messaggio della Fifa, quello di un calcio che porta pace. Penso che questo Mondiale avrebbe potuto offrire un’atmosfera migliore. Spero che in futuro sia diverso”. La Nazionale di Teheran alloggia al Westdrift Hotel di Manhattan Beach, a circa mezz’ora dallo stadio dove affronterà i neozelandesi. Al fischio finale si chiuderà la giornata particolare degli iraniani che rientreranno subito a Tijuana.

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