Un centinaio di detenuti del carcere di Enna si è impossessato delle sezioni del vecchio padiglione, rompendo le telecamere di sorveglianza e mettendo a ferro e fuoco l’istituto. La rivolta dei detenuti al carcere di Enna è scoppiata dopo che nei giorni scorsi un fulmine aveva fatto saltare le centraline telefoniche e, dunque, i ristretti non avevano potuto effettuare le chiamate alle famiglie. Da stamane il disservizio era stato risolto ma i detenuti hanno cominciato la rivolta.
Mimmo Nicotra, presidente nazionale della Confederazione sindacati polizia penitenziaria dice: “Da mesi denunciamo la grave carenza di personale nella casa circondariale luigi Bodenzad di Enna. Avevamo chiesto che i detenuti fossero sfollati per permettere la ristrutturazione del carcere che è vetusto. La propaganda del governo e del ministro Carlo Nordio si infrange con la realtà delle carceri italiane. 65 mila detenuti stoccati dentro istituti che sono vere e proprie polveriere. Ad Enna i detenuti, invece di essere sfollati, sono stati trasferiti in altre sezioni dello stesso istituto Ora la situazione è gravissima”.
Sindacato polizia penitenziaria, ‘a Enna scontiamo anni di inerzia’
“Quanto sta accadendo nella Casa circondariale ‘Luigi Bodenza’ di Enna è di una gravità assoluta ed è la conseguenza diretta di anni di inerzia, ritardi e incapacità decisionale da parte di chi avrebbe dovuto intervenire per tempo. Si tratta di una rivolta che, purtroppo, era stata ampiamente annunciata”. Lo dice il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria. Per Donato Capece, segretario generale del Sappe, e Giuseppe Cicero, segretario provinciale del Sappe di Enna, quanto sta avvenendo rappresenta “l’inevitabile conseguenza di una serie di criticità che da giorni interessano il carcere e che erano state puntualmente segnalate senza che alcuno assumesse le necessarie iniziative”. “Il violento temporale dei giorni scorsi, con un fulmine che ha colpito l’istituto, ha provocato pesanti disservizi ai detenuti, interrompendo le comunicazioni con i familiari e compromettendo il servizio di riscaldamento dell’acqua – spiegano – Ma il problema più grave riguarda un intero padiglione detentivo, ormai in condizioni strutturali inaccettabili, per il quale da tempo chiediamo la chiusura e ristrutturazione. I finanziamenti risultano già stanziati, ma è incomprensibile perché i lavori non siano ancora partiti. Questa è la dimostrazione plastica di una macchina amministrativa incapace di trasformare gli annunci in fatti.” Per il Sappe, “si può parlare di una rivolta annunciata. Ancora una volta il prezzo dell’immobilismo viene pagato esclusivamente dalle donne e dagli uomini della Polizia Penitenziaria, costretti ad operare ogni giorno in prima linea, con straordinaria professionalità e senso dello Stato, all’interno di strutture sempre più degradate e prive delle condizioni di sicurezza”. Capece e Cicero puntano il dito contro “quei burocrati che continuano ad osservare passivamente il deteriorarsi della situazione senza assumere tempestivamente i provvedimenti indispensabili. Le continue richieste di intervento sulle sezioni e sui padiglioni fatiscenti rimangono lettera morta, mentre il personale continua a lavorare in condizioni sempre più difficili e rischiose”
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