L’omicidio di Saman Abbas, definitive le condanne per i familiari – Notizie – Ansa.it

L’omicidio di Saman Abbas, definitive le condanne per i familiari – Notizie – Ansa.it


Sono definitive le condanne dei familiari di Saman Abbas, la 18enne pachistana uccisa la notte tra il 30 aprile e il primo maggio del 2021 a Novellara, in provincia di Reggio Emilia.

I giudici della prima sezione penale di Cassazione, accogliendo le richieste della Procura Generale, hanno confermato gli ergastoli per i genitori della ragazza Shabbar Abbas e Nazia Shaheen e per i cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq e i 22 anni inflitti allo zio, Danish Hasnain. I cinque sono accusati, a seconda delle posizioni, di concorso in omicidio volontario e occultamento di cadavere.

I giudici hanno sostanzialmente recepito le richieste del pg Marco Dall’Olio secondo il quale il destino della giovane era stato deciso dai familiari: una “vicenda agghiacciante”, ha detto nel suo intervento, con i parenti che hanno organizzato nei “minimi dettagli” un delitto “corale e premeditato”.

“Nessuna sentenza potrà restituirle la vita, ma è giusto che i responsabili di questo barbaro delitto siano stati condannati in via definitiva” ha commentato la premier Giorgia Meloni aggiungendo che in Italia “non c’è spazio per chi pretende di negare, in nome di presunte giustificazioni culturali o religiose, la libertà, la dignità e la vita di una donna”.

La colpa di Saman è stata quella di volere essere libera. “Lei doveva essere punita, questo è un punto fermo di tutto il processo”, ha detto in aula il rappresentante dell’accusa aggiungendo che la volontà degli imputati era quella di “impartirle una lezione” perché la 18enne, a loro dire, “non poteva decidere della sua vita, non poteva avere una vita propria”. Per la Procura generale “l’omicidio, pur avendo radici culturali proprie, tradisce il ricorso a una violenza estrema e sproporzionata, scelta come unico strumento per ’emendare una presunta colpa’ (la volontà di libertà della ragazza), che realizza la natura turpe e ignobile del movente”.

La ragazza venne strangolata e sepolta poco distante dalla casa. Il suo corpo venne ritrovato un anno e mezzo dopo. Secondo quanto scrivono i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Bologna, ad ucciderla materialmente furono lo zio e i cugini. Un omicidio premeditato dal clan familiare, che non sopportava il desiderio di autonomia della ragazza.

Nelle motivazioni i giudici di secondo grado affermano che il delitto è stato “deliberato dal clan familiare – scrive l’assise nel suo complesso – ad eccezione del fratello, ritenuto inaffidabile”, scrivono ancora i giudici che invece valutano la testimonianza del giovane, 16enne all’epoca dei fatti e adesso parte civile contro i suoi familiari, coerente e credibile.

La partecipazione del gruppo familiare in senso ampio sarebbe dimostrata anche dalle comunicazioni, successive all’omicidio, con membri geograficamente distanti, come la sorella di Shabbar e Danish in Gran Bretagna e la moglie di Danish in Pakistan. Un’impostazione recepita dalla Procura generale che ha ricordato come il delitto “non sia stato un atto d’impeto, bensì una decisione deliberata dall’intero nucleo per sanzionare il disonore arrecato dalla ragazza”.

Anche l’occultamento del cadavere assume un significato preciso: “la soppressione del cadavere è vista come l’estensione necessaria del progetto omicida, finalizzata a garantire l’impunità”. Pur in assenza di prove dirette sulla partecipazione materiale allo scavo della fossa, ai genitori viene attribuito un ruolo attivo, sia morale sia operativo, avendo preso parte alla fase della “consegna” della giovane e non potendo quindi ignorarne le possibili conseguenze.

Un ulteriore elemento considerato rilevante è la pianificazione della fuga in Pakistan subito dopo il delitto. Secondo l’accusa, questa circostanza presupponeva che il corpo non venisse ritrovato nell’immediato, perché, come evidenziato nella memoria, “in caso contrario, l’intervento immediato delle autorità avrebbe impedito la loro partenza”. In questa vicenda c’è una seconda “vittima” ed è il fratello di Saman, Ali Haider. “La sua vita è distrutta, non si riprenderà mai del tutto”, spiega il legale di parte civile, Valeria Miari.

Dal canto suo l’avvocata Barbara Iannuccelli, che ha assistito il ragazzo pachistano con cui Saman aveva una relazione sentimentale, si dichiara soddisfatta aggiungendo che “non è normale lottare così tanto per riaffermare l’inviolabilità del diritto alla vita di una ragazzina di 18 anni che voleva soltanto vivere normalmente decidendo lei chi amare”.

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