Francesco Guccini, 86 anni in poche frasi – Notizie – Ansa.it

Francesco Guccini, 86 anni in poche frasi – Notizie – Ansa.it


E CORRENDO M’INCONTRÒ LUNGO LE SCALE Incontro, (da ‘Radici’, 1972) Probabilmente uno degli incipit più belli della canzone italiana. Incontro tratteggia per immagini la grazia e la malinconia di incontrare una persona che non si vede da un po’ di tempo. Questa storia Guccini la presenta per immagini, prima con un’intensa chiacchierata per scoprire che come in un libro scritto male lui si era ucciso per Natale, poi con un treno che si muove lento e lascia spazio ai pensieri. Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno.
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    SEMBRAVANO ALZARSI LE TORRI IN UN LARGO GESTO BAROCCO Scirocco, (da ‘Signora Bovary’, 1987) Anche in Scirocco ci sono molte immagini e si descrive una storia che avviene nel centro di Bologna. In via de’ Giudei, dove a un certo punto, all’improvviso, compaiono alla vista le Due Torri, uno dei simboli della città. Oggi una delle Due Torri ha seri problemi statici e subirà lo stesso trattamento che qualche decennio fa ha salvato la torre di Pisa. E un Tango dal sapore argentino che soffia via come fa lo scirocco, ma lo fa nei vicoli del centro di Bologna.
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    PAROLE CHE DICEVANO GLI UOMINI SON TUTTI UGUALI La Locomotiva (da ‘Radici’, 1972) La canzone che ha chiuso ogni suo concerto, quando tutto il pubblico si alzava in piedi dopo aver ascoltato religiosamente seduti. Racconta un fatto vero, avvenuto nel 1893 quando un fuochista anarchico si impadronì di una locomotiva e la lanciò verso Bologna. Poi diventata inno e un simbolo, forse anche al di là di ogni intenzione: come quando nel 1977, poco dopo la caduta di Franco, Guccini la cantò in un bar di Barcellona.
    Sicuramente una delle sue canzoni più note.
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    O UN GREPPE DELL’APPENNINO DOVE RISUONA FRA GLI ALBERI UN USATA E SEMPLICE TRAMONTANA Vorrei, (da ‘D’amore di morte e di altre sciocchezze’, 1996) Prima Istanbul, poi Barcellona, poi il mare di una remota spiaggia cubana. Una canzone d’amore (non sono poi moltissime nella sua sconfinata discografia) un amore maturo che pensa a ritornare nei posti dove si è stati felici. E per Guccini, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, il posto della felicità era proprio in mezzo ai castagni dell’Appennino, da condividere con la persona amata.
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    E PAVANA UN RICORDO LASCIATO TRA I CASTAGNI DELL’APPENNINO (Amerigo, da ‘Amerigo’ 1978) Insieme a Bologna, l’altro luogo di Guccini è Pavana, il paese dell’Appennino tosco-emiliano dove era cresciuto da bambino e dove si era rifugiato per trascorrere gli ultimi anni della sua vita. Racconta la storia di Merigo, Enrico Guccini, emigrato in Pennsylvania e tornato a Pavana da vecchio. È il disco che Guccini considerava il suo più riuscito e che mette in relazione l’universo sognato da bambino, ‘il mondo sognante e misterioso di Paperino’.
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    ANCORA TUONA IL CANNONE, ANCORA NON È CONTENTO Auschwitz, (da Folk Beat n.1, 1967) Il primo vero brano firmato da Guccini, scritto quando non era nemmeno iscritto alla Siae: venne registrato per la prima volta dall’Equipe 84 prima di comparire nella sua voce nell’album d’esordio. Nota anche come “la canzone del bambino nel vento”, immagina l’Olocausto attraverso lo sguardo di un bambino morto ad Auschwitz. Sessant’anni dopo resta uno dei pochi brani della musica italiana ad affrontare la Shoah in modo diretto e struggente.
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    CHE CALCOLA IL GIUSTO LA VITA E CHE SA STARE IN PIEDI PER QUANTO COLPITA Bologna, (da Metropolis, 1981) La dichiarazione d’amore alla sua città, che arriva un anno dopo la strage alla stazione del 2 agosto 1980. Con tante immagini diventate proverbiali: Bologna “è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli”, “per me provinciale Parigi minore”; “benessere ville gioielli e salami in vetrina”. Bologna è stata spesso lo scenario delle canzoni di Guccini, ma la traccia contenuta nel disco Metropolis è il suo ritratto più compiuto, “capace d’amore, capace di morte”.
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    OGNI VOLTA CHE PIANGI E CHE RIDI NON PIANGI E NON RIDI CON ME Farewell, (da ‘Parnassisus Guccinii’, 1993) Le canzoni d’amore, diceva Guccini, si scrivono in due casi: o quando ci si sta innamorando o quando un amore finisce. Farewell è un esempio del secondo caso. Fra le canzoni meno citate del suo repertorio e pure fra le più nude, con una serie di immagini che si ripercorrono quando un amore finisce: “farewell non pensarci e perdonami, se t’ho portato via un poco d’estate”. E con un omaggio, sia in parole, sia strumentale a Bob Dylan a cui la canzone deve la sua ispirazione.
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    MA SE IO AVESSI PREVISTO TUTTO QUESTO, DATI CAUSA E PRETESTO L’Avvelenata, (da ‘via Paolo Fabbri 43’, 1976) L’Avvelenata è una delle canzoni più citate del corpus gucciniano, con tanti versi entrati nel frasario, nasce da una stroncatura del critico musicale (diventato poi amico) Riccardo Bertoncelli e contenuta in un album uscito esattamente cinquant’anni fa: se oggi i cantanti tengono in maniera esasperata alla loro privacy, Guccini dette come titolo di quell’album l’indirizzo di casa sua a Bologna. Negli anni è diventata una canzone molto più amata dai fan che da lui stesso.
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    E HO ANCORA LA FORZA DI SCEGLIERE PAROLE (E ho ancora la forza, da ‘Stagioni’ 2000) Scritta a quattro mani con Luciano Ligabue e contenuta in uno degli ultimi album prima del ritiro dalla scene, è un verso che suona allo stesso tempo come un titolo di coda e come la volontà di non arrendersi. Ma anche la sintesi più onesta di quello che Guccini è stato, uno che ha trovato la forza di scegliere parole “per gioco o per il gusto di potermi sfogare, perché che piaccia o no è capitato che sia quello che so fare”. 

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