Fulvio Lucisano era uno che ci metteva la faccia e questo fino alla fine. Non ha mancato così di accompagnare le figlie, Federica e Paola, alla presentazione dei loro film sempre silenzioso ed elegante. La sua era insomma una vera passione vissuta fino all’ultimo e che ha fatto di lui uno dei grandi produttori di una volta, rischiava davvero i propri soldi, anche perché dotato di un grande fiuto popolare da imprenditore puro. Si è interessato a più parti della filiera: produzione, distribuzione, televisione e sale cinematografiche.
Nato a Roma il 1 agosto del 1928 è stato una figura centrale dell’industria cinematografica e protagonista di oltre settant’anni di produzione con la sua società (la Italian International Film dal 2014 diventata Lucisano Media Group con quotazione in borsa).
E pensare che la sua famiglia avrebbe voluto facesse l’avvocato e lui effettivamente si laureò in Giurisprudenza nel 1954, ma già nel 1949 partecipava alla realizzazione di Anno Santo, documentario dedicato al Giubileo del 1950; poco dopo iniziò a collaborare con l’Istituto Luce alla produzione di cinegiornali destinati all’America Latina. Lavorò poi anche con Documento Film: circa 300 documentari.
I film di più grande soddisfazione tra gli oltre 130? Sicuramente ‘Ricomincio da tre’ (1981), il primo diretto da Massimo Troisi e che la dice lunga del modo di lavorare di Lucisano. Alla fine degli anni Settanta andò al Teatro Tenda di Roma a vedere Troisi e intuì subito che quel comico era perfetto per il cinema. Lo convocò e lo spinse, dopo molte resistenze, a dirigersi da solo, perché si rese conto che era l’unica strada possibile.
Tra i titoli prodotti da lui anche ‘Il grande cocomero’ (1993) e ‘Ninfa plebea’ (1996). Diceva sei anni fa sul problema piattaforme: “Bisogna riconquistare il pubblico alla sala, l’emorragia dura da oltre 35 anni e spingere le persone ad uscire di casa, lasciare la comodità della poltrona è un’impresa, inutile meravigliarsi se i cinema chiudono né se i film si vedono altrove. Però quello che dovrebbe essere chiaro è che Netflix e le altre piattaforme vanno regolate” Ma anche un uomo di gran fiuto come lui aveva i suoi rimpianti: “Mi sono sempre fidato del mio istinto, ma non tutto è andato secondo le attese. Sbagliai a non prendere per l’Italia i diritti di Rambo, lo giudicai troppo violento e in quell’epoca, 1982, il divieto della censura significava perdere i diritti per la tv. E prima ancora lo sbaglio clamoroso con Dio perdona e io no, il primo film della coppia Terence Hill-Bud Spencer, mal consigliato cedetti i diritti allo stesso regista Giuseppe Colizzi”. Va detto poi che ha avuto modo di rifarsi. Solo qualche esempio: ‘Quattro matrimoni e un funerale’ e ‘Drive’ del danese Nicolas Winding Refn.
“Con Fulvio Lucisano scompare uno dei grandi artefici del cinema italiano. Ha rappresentato un modo di fare cinema fondato sulla passione, sull’intuito, sul coraggio e sulla capacità di riconoscere il valore. Un cinema sartoriale – lo celebra oggi il ministro della Cultura, Alessandro Giuli -, costruito con cura e profondamente legato all’identità italiana. Un produttore che ha investito nel talento e accompagnato con generosità molti artisti nel passaggio alla macchina da presa. Lo salutiamo con gratitudine per ciò che ha dato alla cultura cinematografica italiana”. Lucisano lascia film in lavorazione che non vedrà mai finiti. È il caso di ‘Bentornati al sud’, il seguito con Claudio Bisio e Alessandro Siani diretto da Luca Miniero; ‘La ballata della Coppa Davis’ dei Manetti Bros. e ‘La regola dell’amico’ di Giampaolo Morelli.
Lucisano è stato anche presidente dell’Anica dal 1998 al 2001 e tra i tantissimi riconoscimenti ha collezionato 5 David di Donatello tra cui il premio per Il grande cocomero e il David Speciale alla carriera nel 2009 , 4 Nastri d’Argento e due nomination agli Oscar. Nel 2005 la Mostra di Venezia gli ha dedicato un omaggio e due anni dopo è arrivato il titolo di Cavaliere del Lavoro. Nel 2018, in occasione del suo novantesimo compleanno, Laura Delli Colli ne ha raccontato la storia nel volume Fulvio Lucisano, sotto il segno del cinema (Edizioni Sabinae).
I dipendenti del Gruppo Lucisano: ‘Fulvio nostro condottiero, non ti dimenticheremo’
“Ciao Fulvio. Buon viaggio, nostro condottiero. La tua famiglia non ti dimenticherà mai”. Lo scrivono i dipendenti del Gruppo Lucisano in lungo post sul profilo della Italian International Film, società di produzione e distribuzione cinematografica fondata nel 1958 da Lucisano e parte del Lucisano Media Group, in cui definiscono il grande produttore scomparso a 98 anni come “una presenza, una guida, un esempio. Un uomo capace di guardare sempre oltre, di credere nel cinema con una passione inesauribile e di trasformare i sogni in storie, emozioni e grandi imprese”.
“Ci ha insegnato – scrivono ancora – che il cinema non è soltanto un mestiere: è una forma di vita, una sfida, una responsabilità e, soprattutto, una grande famiglia. E proprio come una famiglia, oggi ci stringiamo attorno al suo ricordo. Ci mancheranno la sua forza, la sua ironia, la sua determinazione, il suo modo unico di affrontare ogni difficoltà e quella capacità di indicarci la via anche quando sembrava impossibile trovarla”.
Fulvio Lucisano, dicono ancora, “ha aperto strade che prima non esistevano e ci ha insegnato a percorrerle con coraggio. La sua eredità non vive soltanto nei film che ha prodotto, nei successi che ha costruito e nella storia del cinema che ha contribuito a scrivere: vive nelle persone che ha incontrato, nelle generazioni che ha formato e in tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di lavorare al suo fianco. Oggi il nostro saluto non è un addio, ma un grazie. Grazie Fulvio, per averci guidato, per aver creduto in noi, per averci fatto sentire parte di qualcosa di grande”.
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