Raid russo su un deposito di munizioni vicino Kiev, 37 morti – Notizie – Ansa.it


Il raid delle forze russe che nel cuore della notte si è abbattuto sul distretto di Bucha, alle porte di Kiev, non si è solamente trasformato nell’ennesima strage della guerra in Ucraina, con almeno 37 morti e oltre 40 feriti. Ma si rivelato un micidiale doppio colpo di Mosca, che con solo attacco non solo ha danneggiato le forze militari ucraine, ma ha anche portato l’ennesimo terremoto all’interno delle istituzioni di Kiev: Volodymyr Zelensky è stato infatti costretto ad ammettere che quello colpito nella notte era un deposito dell’esercito con proiettili, mine, munizioni, droni ed esplosivi. Un magazzino tragicamente incuneato tra le case civili, “che non avrebbe assolutamente dovuto trovarsi lì”, ha tuonato il presidente dopo che le detonazioni durate ore hanno portato al tragico bilancio di vittime. “Inaccettabile”, ha rincarato il leader di Kiev annunciando un’inchiesta.

I video circolati online e sui media che mostrano l’enorme esplosione seguita dalle detonazioni secondarie con fiamme in tutte le direzioni sono rappresentativi di quella che Zelensky ha definito, senza mezzi termini, “una situazione terribile e una grave negligenza”. Tanto da spingere il capo di Stato a rivelare la natura militare del magazzino, quando normalmente le autorità ucraine non commentano mai i danni alle installazioni dell’esercito. “Coloro che hanno permesso che ciò accadesse devono essere ritenuti responsabili delle loro decisioni.

I regolamenti sono chiari: le munizioni non possono essere immagazzinate vicino ad abitazioni o altre zone residenziali”, ha ancora sottolineato il leader ucraino, promettendo che “verranno sicuramente tratte le conclusioni appropriate”. La vicenda ha infatti inevitabilmente scatenato le polemiche in Ucraina, in un momento in cui la popolarità di Zelensky è in discesa e il presidente avverte la pressione della piazza, tornata a farsi sentire dopo il siluramento del popolare ex ministro della Difesa Mikhailo Fedorov che, rompendo il tabù, ha invocato elezioni.

Intanto, gli attacchi continuano a intensificarsi e si teme per i prossimi mesi: secondo Kiev, la leadership militare russa avrebbe ricevuto dal Cremlino l’incarico di elaborare diverse opzioni per una possibile offensiva nelle direzioni di Kiev e Chernihiv, nel nord del Paese.
Sebbene al momento si tratti solo di attività di pianificazione e preparazione di possibili scenari, e non dell’avvio di un’operazione offensiva, l’eventuale apertura di una nuova linea del fronte a nord desta inevitabilmente preoccupazione a Kiev. Anche per questo motivo, non è passato inosservato l’incontro “informale” avvenuto oggi a Mosca tra Vladimir Putin e Alexander Lukashenko. Il leader bielorusso, da giovedì in Russia per colloqui, ha messo in chiaro che quello con lo zar è stato un incontro per un bilancio dei risultati, “e non per prendere decisioni”.

Ma è chiaro che “il problema comune” ai confini dei due Paesi sia stato uno dei temi principali dell’incontro: tra trasferimenti di armi ed esercitazioni militari congiunte – anche nucleari – il timore è che Minsk possa essere trascinata nel conflitto per provare a dare la vittoria a Mosca. Qualche analista, più ottimista, ha avanzato invece l’ipotesi di un inedito Lukashenko mediatore per allentare le tensioni, visto anche il disgelo tra il dittatore bielorusso e il presidente americano Donald Trump. Un lavoro difficile, mentre le tensioni non accennano a diminuire. Al contrario, “l’escalation russa sta progredendo”, ha commentato Donald Tusk dopo un colloquio col segretario della Nato Mark Rutte. “I prossimi sei mesi saranno decisivi e noi dobbiamo essere preparati a diversi scenari. Non possiamo escludere una provocazione da parte della Russia contro uno dei membri della Nato”, ha messo in guardia il premier polacco. 

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