‘I jet erano pronti contro gli houthi, poi lo stop di Trump’ – Medio Oriente – Ansa.it


I caccia erano in pista, la lista dei target da colpire era stata approvata e gli attacchi stavano per iniziare. Poi, all’improvviso, è arrivato il contrordine di Donald Trump e i previsti raid contro gli houthi dello Yemen sono stati sospesi, almeno per ora. Tirato per la giacchetta da due settimane, il commander-in-chief ha deciso alla fine di non intervenire.

    A nulla sono valse le richieste di aiuto dell’amico-alleato Mohammed bin Salman. Non è servito neanche il colloquio con il leader dello Yemen Rashad al-Alimi: il suo appello non ha incassato nessuna promessa di sostegno militare. A prevalere è stato lo scetticismo dei consiglieri della Casa Bianca, preoccupati dall’idea di aprire un nuovo fronte in Medio Oriente a poche settimane dalle elezioni di metà mandato che vedono già i repubblicani in difficoltà a causa della guerra in Iran.
    Negli ultimi dieci giorni, secondo le ricostruzioni del New York Times, il principe alla corona saudita ha fatto appello a Trump affinché gli Stati Uniti scendessero in campo a fianco di Riad per fermare l’avanzata degli houthi. Dopo l’ultima telefonata alla fine della scorsa settimana, il commander-in-chief sembrava aver ceduto al pressing e aveva dato disposizione alle forze armate di prepararsi ad attaccare.
    Domenica pomeriggio però è arrivata la nuova svolta: Trump, rientrato in anticipo da Camp david, ha revocato l’ordine di agire. “Parliamo con gli houthi”, ha ribadito, insistendo sul fatto che i ribelli hanno concordato di non attaccare gli Stati Uniti.
    Il repentino cambio di rotta è stato accolto con un sospiro di sollievo dall’entouragre del presidente, contrario alla possibilità di una discesa in campo americana date le pressioni a cui sono già sottoposte le forze armate nella guerra con l’Iran. “Non ha voluto aprire il vaso di Pandora perchè attaccare avrebbe messo a rischio Bab-al-Mandeb, creando un’ulteriore ostacolo” al flusso di petrolio, ha detto ad Axios Alex Plitasas, ex del Pentagono.
    Allo stesso tempo l’esitazione di Trump su come procedere mostra il dilemma del presidente: se da un lato è vero che i ribelli non hanno attaccato gli Stati Uniti, dall’altra parte è vero che hanno colpito l’Arabia Saudita, stretto alleato americano. E il commander-in-chief ha bisogno di Riad per cercare di risolvere la guerra in Iran e stabilizzare il Medio Oriente. A margine dell’assemblea dell’Onu, Trump incontrerà a New York i paesi del Golfo, l’Arabia Saudita inclusa, per fare il punto sulle prossime mosse del conflitto in Iran, sul quale al momento non si intravede una svolta. Nonostante il pugno duro economico di Washington, Teheran per ora sembra resistere. Un nuovo pesante colpo si profila però all’orizzonte. Dal 23 settembre – ha annunciato il segretario al Tesoro Scott Bessent – “tutte le compagnie aeree iraniane saranno bloccate in tutto il mondo perché se atterrano, non sarà possibile fornire loro carburante o servizi di assistenza a terra, né vendere biglietti, altrimenti si rischia l’esclusione dal sistema del dollaro”.
    Non è comunque escluso che il commander-in-chief possa incontrare all’Onu anche il presidente iraniano Masoud Pezeshkian nel tentativo di imprimere un svolta alle trattative in fase di stallo ormai da settimane. In agenda al momento Trump non ha alcun appunatmento con la controparte iraniana ma la sua incrollabile fiducia nelle sue capacità di stringere accordi e nella forza degli incontri faccia a faccia potrebbe spingerlo a sedersi con Pezeshkian.

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