Don Maresca: ‘I preti contro il genocidio in marcia, il Vangelo ci metta la faccia’ – Notizie – Ansa.it


“Il nostro scopo innanzitutto è sensibilizzare le comunità cristiane, dal basso, sensibilizzare i pastori a un Vangelo che non può non metterci la faccia, la neutralità non può diventare equidistanza che poi finisce per diventare equi-lontananza. E come dice il cardinale Pizzaballa, la complessità della situazione in Terra Santa non può diventare una scusa per negare che in questo momento c’è un oppresso e un oppressore, che c’è una differenza tra chi vede la terra rubata e chi questa terra la ruba, questo è il senso del nostro pregare insieme e di costituirci come Rete”. Lo dice all’ANSA don Rito Maresca uno dei preti della Rete “Preti contro il genocidio” che si sono riuniti a Roma per un forte momento di preghiera presso la Chiesa di Santo Spirito in Sassia e dare poi l’avvio a una marcia lungo Via della Conciliazione, portando un sudario con i nomi di 300 bambini palestinesi e libanesi uccisi dopo la dichiarazione dei due “cessate il fuoco”. Il corteo raggiunge Piazza Pio XII e continua su Via di Porta Angelica, dove viene intonato un canto su Taybeh, l’ultimo villaggio cristiano della Cisgiordania, composto appositamente per l’occasione da padre Xavier Morlans. Prosegue quindi lungo Via Cola di Rienzo per concludersi in Piazza Monte Grappa, all’interno del Giardino Simonetta Cesaroni, di fronte alla sede di Leonardo S.p.A. “Siamo nati dal basso, ci siamo dati un primo appuntamento l’anno scorso quando ci siamo ritrovati a pregare insieme a S. Andrea al Quirinale – ricostruisce don Maresca –, c’era in quei giorni l’abbordaggio alla Flotilla, noi abbiamo voluto far capire che si può testimoniare anche in maniera diversa, non solo con la protesta ma anche con la preghiera. Da lì si sono aggiunti tanti altri sacerdoti in giro per il mondo, siamo diventati 2600 da 57 Paesi, con 27 vescovi e anche 3 cardinali”.

“Un anno fa ci siamo ritrovati come sacerdoti ad ascoltare l’appello di una piccola suora della Giordania, di suor Giovanna che chiedeva ai preti perché restassero così in silenzio nei confronti di quello che stava accadendo – rievoca don Maresca -, così ci siamo guardati un po’ intorno e abbiamo chiesto noi dal basso che cosa possiamo fare? Mentre sicuramente la gerarchia, il Papa, i vescovi giocavano le loro carte al tavolo diplomatico, dal basso le comunità i pastori di anime non potevano rimanere in silenzio, per questo ci siamo ritrovati a scrivere insieme un documento che abbiamo fatto girare con il passaparola e così è nata questa Rete”.

“Noi viviamo in comunione con la gerarchia – spiega anche il sacerdote -, con i nostri vescovi che sono avvisati di questo momento, la Chiesa italiana fa sicuramente il suo ruolo di mediazione con la comunità ebraica, con il forum delle associazioni musulmane magari anche col governo, la Santa Sede fa un’azione diplomatica straordinaria che forse nessuno di noi conosce fino in fondo, noi però in coscienza non possiamo non provare a dire la nostra in maniera sinodale, camminiamo insieme, tutti hanno una voce con la consapevolezza che la voce di tutti deve essere ascoltata, questo è il nostro sogno soprattutto per essere vicini alle comunità palestinesi che continuamente dicono venite, vedete”. “Vogliamo essere vicini alle nostre comunità – continua – e in modo particolare ai tanti sacerdoti che si impegnano,per un annuncio del Vangelo che non sia solo una parola ma che tocchi anche le nostre vite e i sistemi di giustizia e vicini infine anche a quei sacerdoti che sono un po’ più freddi, che per mille ragioni hanno paura di sporcarsi le mani, a loro vogliamo dire coraggio, non richiudiamoci nelle sacrestie”.

Don Maresca che è da poco rientrato da un pellegrinaggio in Terra Santa, dove ha compiuto visite proprio in Cisgiordania e anche nel villaggio di Masafer Yatta quello del film documentario “No other land“, risponde anche alla domanda su che cosa proponga la Rete per fermare quello che loro stessi chiamano “genocidio”: “Proprio il capo villaggio attivista di Masafer Yatta – afferma – ci ha detto, prendetevi cura del vostro prossimo, dei vostri vicini con la nonviolenza, noi non vogliamo essere nemici di nessuno, non vogliamo cadere nella dinamica della reazione, se ciascuno di noi andasse a casa provando ad amare il nemico forse sarebbero più giuste le nostre città, sarebbero più consapevoli i nostri sindaci, più forti i nostri politici più autorevoli i nostri governi e governi autorevoli alla fine potrebbero portare più giustizia nel mondo ma alla fine tutto passa per la via più sicura che è amare”.
   

I nomi dei bimbi morti e le kefie

Il corteo ha preso il via intonando l’invocazione “Donaci la pace oh Signore” ed esponendo un sudario con scritti sopra i nomi di 330 bambini morti a Gaza e in Libano pur dopo le dichirazioni di “cessate il fuoco”. Una marcia di un centinaio di membri della Rete “Preti contro il Genocidio”.
Composto da sacerdoti provenienti dal Sudafrica, dalla Danimarca, dalla Spagna, dall’Italia e da altri Paesi del mondo, il corteo ha preso l’avvio dopo un intenso momento di preghiera in chiesa ed è diretto dopo il passaggio in via della Conciliazione fin sotto la sede di Leonardo.

I preti sfilano con ramoscelli d’ulivo in mano, qualcuno ha una kefiah a scacchi neri e bianchi al collo, tutti indossano un bagde con i colori della bandiera palestinese. Altri mostrano cartelli con la scritta “Cristo è morto a Gaza”. Alla testa della simbolica ‘processione’ due vescovi, monsignor Giovanni Ricchiuti e Monsignor Christian Carlassare.

“Offriamo questa preghiera – si sente dall’altoparlante che accompagna la marcia – per tutti i bambini morti dopo il cessate il fuoco”, “no alla paura, la giustizia illumini i leader delle nazioni perché abbiano il coraggio di abbandonare i progetti di morte”. 

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