Tre condanne e una assoluzione. Con il riconoscimento del solo reato di sequestro di persona ma non dell’accusa più pesante: l’omicidio, che era stata comunque contestata ad un solo imputato. Si chiede così, dopo otto ore di camera di consiglio, il processo per la morte di Giulio Regeni, trovato morto sulla strada che collega Alessandria d’Egitto con il Cairo il 2 febbraio del 2016, oltre 10 anni fa. Una sentenza, quella emessa dai giudici della prima Corte d’Assise di Roma nei confronti di quattro 007 egiziani, accolta dai genitori del ricercatore, Paola e Claudio, e dalla sorella Irene, con dignità e senza lasciar trasparire emozioni. Una immagine di forza anche nel momento più delicato, arrivato dopo una lunga battaglia per la “verità e giustizia”.
“È evidente che bisognerà leggere le motivazioni, ma oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta. Da oggi tutti i cittadini del mondo possono sentirsi più sicuri”, hanno detto tramite la legale Alessandra Ballerini, mentre lasciavano piazzale Clodio. I giudici hanno di fatto stabilito che Regeni venne prelevato dagli apparati egiziani il 25 gennaio di dieci anni fa al Cairo e portato in una struttura, una villetta nella periferia della capitale, nella disponibilità dei servizi segreti. Qui si ferma la sentenza dei giudici. Su come Giulio venne ucciso, sulle torture subite, l’Assise afferma sostanzialmente che non ci sono elementi sufficienti per condannare gli imputati individuati: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, l’uomo che materialmente avrebbe ucciso Giulio e per il quale era stato chiesto l’ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. A tutti e tre sono stati inflitti 10 anni per il sequestro di persona. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è invece stato assolto da tutte le accuse. “Credo si possa dire che la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto”, ha commentato il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, aggiungendo che la sentenza riconosce che l’attività “era stata posta in essere da persone legate allo Stato egiziano”.
Per il capo dei pm della Capitale “si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante una collaborazione non proficua da parte dell’autorità egiziane. Siamo soddisfatti – ha aggiunto – per avere tirato fuori questo procedimento dal pantano in cui era finito”. Anche il suo collega di ufficio, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco – titolare del fascicolo dal primo giorno – parla di “una sentenza storica” che conferma “la ricostruzione della Procura”.
Video Regeni, i tre 007 egiziani condannati a 10 anni
Dalla lettura “del dispositivo sembra emergere come gli elementi raccolti nelle indagini non siano invece stati ritenuti sufficienti per ricondurre specificatamente, nell’ambito degli apparati, proprio al maggiore Sharif l’omicidio in cui è culminato il sequestro. Questo è stato evidentemente dovuto al muro di omertà dell’Egitto”. I magistrati attenderanno il deposito delle motivazioni e solo allora valuteranno se presentare o meno appello.
Nella sentenza i giudici hanno disposto una provvisionale immediatamente esecutiva a carico dei condannati di 200mila euro a testa per il padre e la madre di Regeni, 100mila euro per la sorella Irene e della somma di 150mila euro per la presidenza del Consiglio dei ministri. Le motivazioni verranno depositate entro 90 giorni. La decisione presa a piazzale Clodio ha provocato anche reazioni politiche. All’esterno del tribunale era presente la segretaria del Pd, Elly Schlein, che ha abbracciato i genitori di Giulio.
“Dopo 10 anni di lotta per la verità arriva finalmente anche la giustizia e arriva soltanto grazie al lavoro straordinario della procura, alla tenacia della famiglia”, ha affermato l’esponente Dem aggiungendo che siamo in presenza di “una sentenza che fa giurisprudenza perché condanna tre uomini dell’apparato dei servizi egiziani e li condanna per il sequestro e la tortura: nessuno potrà mai più negare le responsabilità del regime egiziano. Nessuno potrà più negarlo. E di questo bisogna prendere atto e agire di conseguenza”.
Per Nicola Fratoianni di Avs è il momento che il governo Meloni “assuma tutte le iniziative perché il nostro Paese con quel regime non può continuare ad avere rapporti amichevoli. Ora Tajani – conclude il leader rossoverde – torni al Cairo e si faccia consegnare i responsabili del sequestro, ed esiga quella collaborazione con i nostri magistrati che per 10 anni è mancata”. Infine Matteo Renzi ricorda che sulla vicenda del ricercatore “non c’è nessuno che può negare la responsabilità egiziana e chi lo nega la realtà, al netto delle sentenze. Il mio governo richiamò l’ambasciatore, ma per essere intellettualmente onesti bisogna dire che a riprendere i rapporti con l’Egitto è stato il governo Conte, poi Draghi e Meloni”, conclude Renzi.
Video Regeni, il legale della famiglia: ‘La nostra fede nella giustizia ben riposta’
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