Pedro Sánchez potrebbe annunciare già domani lo scioglimento delle Cortes e la convocazione di elezioni anticipate, con il voto già il 29 novembre. Dopo la bocciatura al Congresso dei due decreti sulla casa, il premier spagnolo avrebbe trascorso il fine settimana a consultare ministri e dirigenti socialisti, mentre nelle piazze di Bilbao, Salamanca e Oviedo il tintinnio delle chiavi — diventato il simbolo della protesta contro gli sfratti e l’emergenza abitativa — accompagna la richiesta di nuove misure e, sempre più, anche di uno sciopero generale.
La decisione, secondo quanto riferito da El País, sarebbe maturata al termine di un fine settimana di riflessione nel quale Sánchez avrebbe valutato tanto gli equilibri interni al Psoe quanto la crescente pressione sociale. Nel partito, infatti, la maggioranza spingerebbe per il voto immediato, considerando la mobilitazione sulla casa un’opportunità politica per trasformare la sconfitta parlamentare in una campagna elettorale. Il ragionamento dei socialisti è che, dopo il voto contrario di Junts – la forza catalanista di destra di Carles Puigdemont, che si è unita al Partito Popolare e a Vox nel ‘no’ in Aula ai decreti – diventa sempre più difficile immaginare un anno di legislatura senza una nuova legge di bilancio e con una maggioranza parlamentare in grado di sostenere l’azione del governo. Il tema della casa, che mobilita milioni di spagnoli, offre al Psoe la possibilità di accusare le destre e gli indipendentisti catalani di aver impedito al governo di intervenire sull’emergenza abitativa. “Ora c’è un’opportunità”, è quindi il convincimento che prende piede nel partito.
Una strategia che consentirebbe al premier di presentarsi non soltanto come il capo di un governo sconfitto in Parlamento, ma come il leader che chiede agli spagnoli un mandato più forte per poter governare.
Lo scenario, al quale avrebbe lavorato nelle ultime 48 ore il ‘nucleo duro’ del presidente alla Moncloa, è una soluzione più complessa e politicamente audace: convocare le elezioni e, nello stesso tempo, riproporre almeno una parte delle misure sulla casa attraverso un nuovo decreto. È quello rilanciato da El Independiente e analizzato anche da El País. Lo scioglimento delle Cortes non impedirebbe infatti al governo, fino alle elezioni, di esercitare le proprie funzioni e di adottare nuovi decreti-legge. La differenza sarebbe nella procedura di convalida. Con il Parlamento sciolto, il voto di convalida passerebbe dalla plenaria del Congresso alla Diputación Permanente, l’organo che esercita alcune delle funzioni delle Camere durante la fase di scioglimento. Qui la maggioranza richiesta sarebbe di 35 voti su 69. Psoe e Sumar, i partiti della coalizione di governo, ne controllano 31 e avrebbero quindi bisogno di altri quattro voti. Questi potrebbero arrivare da EH Bildu, Erc, Podemos e Pnv, formazioni che avevano già sostenuto il primo decreto sulla protezione dagli sfratti. In questo scenario, il voto contrario di Junts diventerebbe irrilevante. Una strategia permetterebbe a Sánchez di riproporre almeno il cosiddetto scudo anti-sfratti anche con le Cortes sciolte, offrendo una risposta concreta alla pressione delle piazze. Il premier potrebbe così presentarsi agli elettori contemporaneamente come il capo del governo che convoca il Paese alle urne e come il leader che, fino all’ultimo giorno, tenta di intervenire sulla crisi abitativa. È una via stretta, ma potrebbe rappresentare per Sánchez una possibile uscita dalla crisi. Anche perché la scelta di andare subito al voto avrebbe un vantaggio ulteriore: impedirebbe al Pp e a Voz all’opposizione di dettare la narrazione della campagna centrandola sulla crisi migratoria a Ceuta o sulle inchieste per presunta corruzione, che coinvolgono dirigenti socialisti o, anche, sul processo in vista davanti a una giuria popolare di Begona Gomez, la moglie del premier.
La posta in gioco è alta. E il Pp non aspetta altro che la convocazione delle urne. Il leader Alberto Núñez Feijóo sostiene che la Spagna ha “il diritto di decidere subito” perché “il Paese non regge più”. Il fronte progressista, invece, appare più diviso. I cinque ministri e i dirigenti di Sumar si sono riuniti annunciando che il prossimo 17 ottobre presenteranno la candidatura del Frente Amplio alle prossime elezioni. Podemos, che non ha ancora deciso se aderire a una lista unitaria, chiede invece di evitare il voto.
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