Nuovo fronte di scontro tra il governo e i magistrati. Ad aprirlo è la decisione della premier Giorgia Meloni di non firmare il decreto per sbloccare gli aumenti di stipendio delle toghe, previsti in base ad alcune sentenze del Consiglio di Stato. Mossa che scatena l’ira immediata dell’Anm, pronta anche con un eventuale ricorso a far valere i propri diritti. Alla base del nuovo braccio di ferro c’è lo stanziamento contenuto nel Documento programmatico di bilancio, varato pochi giorni fa dal governo: tra le misure che andranno a comporre la prossima manovra figura infatti un “Fondo sentenze” cui corrisponde una spesa una tantum, solo per il 2027, di 1,92 miliardi (lo 0,08% del Pil). La maggior parte di queste risorse, come rivelato nei giorni scorsi dal Sole 24 ore, dovrebbe essere destinata proprio agli adeguamenti per i magistrati: la manovra quindi metterà i fondi, mentre i decreti che adeguano le retribuzioni per gli anni dal 2018 al 2023 sarebbero già pronti.
La premier però non ha intenzione di firmarli, confermano fonti di Palazzo Chigi. Anche se fa comunque sapere di essere pronta ad ascoltare i rappresentanti dell’Anm, nella convinzione che “la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità del momento”. Meloni considera la cifra degli aumenti, che ammonterebbe complessivamente a circa un miliardo, dieci volte superiore a quella che il governo sta cercando per dare risposte ai problemi degli autotrasportatori, che rischiano di bloccare la consegna di merci in tutta Italia. Un riferimento che farebbe pensare alla possibilità di nuovi interventi in questo senso. In cascina il governo, come rivelato nei giorni scorsi dalla stessa Meloni, ha ancora i 160 milioni dell’extragettito di settembre che non si è ancora deciso come usare.
La posizione di Meloni manda su tutte le furie l’Anm. “Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso”, avverte il vice segretario Stefano Celli, annunciando che verranno usati “gli strumenti che l’ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini: dunque eventualmente valuteremo il ricorso”.
Gli adeguamenti, in ogni caso, andranno fatti e la premier potrebbe lasciare che sia il Consiglio di Stato ad attuarli con la nomina di un commissario, evitando così che ricada su di lei la responsabilità politica. Il governo intanto prosegue l’iter per costruire la legge di bilancio. Dopo la messa a punto dell’ossatura finanziaria, che ha quantificato misure per complessivi 23,5 miliardi, e in attesa dell’esito della trattativa con l’Ue sulla flessibilità per l’energia, il prossimo step è politico: il vertice di maggioranza previsto domani con la presidente del consiglio e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Intorno al tavolo i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi.
Ciascuno ha già pronta la propria lista di proposte, ma anche la consapevolezza che i margini stretti delle coperture non garantiranno spazio per accontentare tutti i desiderata. Ci sono poi alcuni temi divisivi che rischiano di far scattare nuove scintille. A partire dal contributo delle banche, che ha già visto fronteggiarsi in più occasioni il pressing di Salvini e la cautela di Tajani. Da sciogliere anche il nodo dell’estensione del taglio Irpef fino a 60mila euro: misura caldeggiata dalla premier e su cui spinge Forza Italia, ma che nelle ultime settimane sarebbe stata messa in stand by in favore di interventi per una platea più ampia, come il bonus anziani. Giorgetti ha già detto che la scelta è tra misure “selettive” o “generalizzate”. Il confronto non si preannuncia facile.
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