Per due giorni l’edificio in stile brutalista che ospita la residenza del Capo dello Stato sembra quasi un’isola felice, mentre tutti i partiti si presentano per le consultazioni. Il presidente Isaac Herzog ha intavolato discussioni animate e serrate, senza risparmiare domande scomode. Il confronto con le diverse anime del Paese è stato civile. Appena fuori dal cancello, il crudo richiamo alla realtà: si avvicendano manifestanti, le urla arrivano fin dentro al palazzo.
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Ci sono genitori che hanno perso figli in guerra che gridano contro un governo con gli arabi, riservisti che vogliono fuori gli ultraortodossi. Al termine della due giorni, 67 eletti hanno indicato Gadi Eisenkot per l’incarico di formare un nuovo governo, a fronte dei 46 per Netanyahu. Un esito netto, ma non necessariamente risolutivo nell’intricato puzzle della politica israeliana. Il presidente Herzog dovrà ora sciogliere la riserva e, seppure la discrezionalità è tutta sua nell’affidare l’incarico a chi ha più chance di formare un governo stabile, la scommessa tra i numerosi giornalisti dentro al palazzo è che il primo mandato esplorativo di 28 giorni andrà con ogni probabilità ad Eisenkot. La svolta arriva il secondo giorno, quando la Lista Unita dei tre partiti arabi annuncia il sostegno all’ex capo di Stato maggiore. “E’ la scelta tra il male e il male minore”, hanno dichiarato, confermando l’appoggio esterno, opponendosi ai punti di Eisenkot per far parte del governo del cambiamento: riconoscimento dello Stato ebraico, arruolamento o servizio civile per tutti, riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica ancora da sconfiggere. Sollecitati da Herzog sul “comprensibile dilemma della doppia identità, israeliana e palestinese”, e su come gestiranno il sostegno al governo in caso di nuova guerra, gli esponenti del partito hanno parlato di “decisione strategica”.
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“Non ci mobilitiamo ora per questo governo per farlo cadere dopo un mese”, hanno spiegato. Molto più netto Mansour Abbas, leader del partito islamico Ra’am, che vuole invece essere parte integrante del gioco, ricordando come la sua linea sia quella maggioritaria tra gli elettori arabi, avendo ottenuto da solo 8 seggi. Incalzato da Herzog su “Hamas come organizzazione terroristica”, Abbas ha espresso sostegno al piano Trump per Gaza e al disarmo “di tutte le fazioni militari, tra cui Hamas”. In una pausa dei colloqui giovedì, è peraltro arrivato alla residenza anche l’ex premier britannico Tony Blair, consigliere del Board, per sollecitare l’avanzamento del piano in stallo da un anno. Il partito di ultradestra di Itamar Ben Gvir ha riecheggiato la contestazione delle “elezioni rubate” e il presidente ha osservato che l’affluenza senza precedenti al voto dei cittadini arabi è stata anche una reazione alla politica aggressiva del ministro di ultradestra.
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L’altro terremoto è arrivato dal partito ultraortodosso ashkenazita Ebraismo Unito (7 seggi): non ha indicato nessun nome, rompendo l’alleanza tradizionale con Netanyahu e ponendosi come un secondo ago della bilancia in favore del Change Bloc. Che ora si muove per il controllo immediato della Knesset: tutti i partiti della vecchia opposizione, che si appresta a essere la nuova maggioranza, hanno chiesto all’attuale presidente Amir Ohana (Likud) di anticipare il voto per la sua sostituzione, prima dell’insediamento – come vorrebbe la prassi – del nuovo governo, che non si sa se e quando nascerà. Il piano è partire dal controllo del Parlamento come banco di prova della fragile alleanza e capire se riuscirà a superare i reciproci veti interni, in primis quello posto dal falco Liberman contro gli arabi. Salvo un colpo di mano di Herzog che spinga per un’unità tra Bibi e Gadi, come chiede a gran voce in serata un gruppo nutrito di manifestanti fuori dal palazzo. Netanyahu, dal canto suo, sembra già impegnato nella prossima campagna elettorale. Lo slogan: “Il voto rubato dai sostenitori del terrorismo”.
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