Dati incompleti e resi noti solo dopo richieste insistenti, consultori pubblici che chiudono, difficoltà di accesso alla pratica per le donne migranti e diagnosi prenatali che arrivano con ritardi ingiustificati. È questo il quadro sull’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza disegnato nel convegno “Ripensare la legge 194”, tenutosi ieri alla Camera dei deputati in occasione del 47esimo anniversario della legge sull’aborto, introdotta il 22 maggio 1978.
L’incontro, che ha visto la partecipazione di diversi esponenti di associazioni femministe e pro-scelta, è stato organizzato da Gilda Sportiello, deputata del Movimento 5 stelle, che ha promosso diverse interrogazioni parlamentari al ministero della Salute per ottenere dati ufficiali. “In questo momento storico è importante non lasciare gli spazi di discussione sull’interruzione di gravidanza esclusivamente alla destra – ha affermato Sportiello – trovo pericoloso e distopico associare il discorso sull’aborto a quello sul calo delle nascite”.
Dai dati illustrati emerge come in alcune regioni la percentuale di medici obiettori supera il 90% (in Molise è quasi il 91%). Ma quello della difficoltà a trovare personale sanitario non obiettore non è l’unico ostacolo all’accesso all’ivg.
Una nota dolente riguarda infatti i consultori pubblici che, come illustra Gabriella Marando del Coordinamento delle assemblee e delle libere soggettività dei consultori del Lazio, negli ultimi anni sono diminuiti di 200 unità, mentre sono stati aperti più di 300 centri privati di stampo confessionale.
La carenza di strutture equamente diffuse sul territorio nazionale costringe le donne a spostamenti inter e intraregionali. “Emblematico è il caso della città di Rimini – ha illustrato Eleonora Cirant, di Rete ProChoice – qui il 38% di chi abortisce proviene da un’altra regione, principalmente dalle Marche, dove l’aborto farmacologico è consentito solamente fino alla settima settimana”.
Difficoltà che si inaspriscono per le donne migranti senza documenti. “Le donne ‘irregolari’ possono arrivare a spendere fino a 700 euro per essere registrate al Sistema sanitario nazionale”, ha spiegato Marta Manca, attivista di Pro-Choice Rica.
Nell’incontro si è anche parlato dell’aborto terapeutico, unico modo per interrompere la gravidanza dopo i 90 giorni, che da legge è consentito solo per gravi rischi per la donna o quando sono riscontrate gravi malformazioni fetali.
“Alcuni centri di diagnosi prenatale sono in ospedali religiosi dove tutti i medici sono obiettori – ha spiegato Silvana Agatone, ginecologa e presidente di Laiga – in queste realtà spesso si temporeggia sulle diagnosi, e quando si scopre che si vuole interrompere la gravidanza si è costretti a correre per cercare un ospedale in cui praticare l’aborto”.
In ultimo è stato toccato il tema dell’aborto per le persone transgender. “Il personale sanitario è completamente impreparato a trattare le persone trans, ovvero donne biologiche che intraprendono la transizione per diventare uomini, quando devono interrompere una gravidanza – ha spiegato Roberta Parigiani, del Movimento identità trans – il sistema sanitario ci considera ancora degli alieni”.
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