“Abbiamo il dovere di accogliere i rifugiati, che scappano dal proprio Paese perché lì rischiano la vita. E’ una questione di umanità. Ma è necessario distinguerli da chi emigra per motivi economici. Sono due cose diverse, mentre la stampa tende a equipararle”. A parlare con l’ANSA è Abudulrazak Gurnah, premio Nobel per la letteratura nel 2021, ospite de La Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, nell’evento “L’infinito tra matematica e letteratura”, svoltosi nella Villa Medicea “La Ferdinanda” di Artimino, sede della Fondazione Giuseppe Olmo.
Gurnah, protagonista insieme a Paolo Zellini, matematico e saggista, vincitore del Premio Scuola Pitagorica / La Milanesiana per le Scienze 2025, ha proposto al pubblico giunto nella splendida e storica Villa che fu dei Medici alcune letture tratte da ‘Furto’, il suo ultimo romanzo, edito in Italia da La nave di Teseo, in una serata – conclusasi con il concerto di Paolo Fresu alla tromba e Pierpaolo Vacca all’organetto – che ha coniugato il pensiero scientifico all’immaginazione letteraria.
“Se in un Paese non c’è possibilità di accoglienza dobbiamo avere il coraggio di riconoscerlo. Il problema è che ormai in Europa non si può più arrivare in modo legale, e le persone che scelgono di fare questo viaggio assumono dei rischi folli, si sentono rifiutate e sono disperate”, ha proseguito Gurnah, originario della Tanzania ma naturalizzato britannico, che da sempre nei suoi libri, e ‘Furto’ non fa eccezione, affronta il tema del colonialismo e dell’immigrazione, della memoria e dell’esilio, di chi fatica a trovare il proprio posto nel mondo, della povertà, dell’uomo che sottomette un altro uomo.
“Servirebbe un sistema diverso, in cui si fa una domanda di accoglienza che può essere accettata se ci sono le condizioni oppure no. Ma molti Stati europei non vogliono. Io non ho la soluzione al problema dell’immigrazione, la risposta deve darla l’Europa”, ha proseguito. In Furto un grande dramma familiare ambientato a Zanzibar dà l’opportunità allo scrittore di raccontare nel profondo l’amore, l’amicizia e il tradimento.
Al centro della storia ci sono Karim, Fauzia e Badar, tre ragazzi che stanno per raggiungere la maggiore età: sognano in grande, sperando in un futuro ricco di possibilità nel loro giovane Paese, indipendente solo da pochi decenni: attraverso di loro, Gurnah allarga però lo sguardo, mostrando una terra che, dopo la riconquista della libertà, viene stravolta dalla modernità, soprattutto in seguito al boom turistico sviluppatosi dal finire degli anni ’80. “Il mio non voleva essere solo un discorso sul turismo, ma sulle nuove tentazioni che ha introdotto quando, in concomitanza con il fatto che il Kenya era diventato sempre più violento, moltissimi turisti dagli anni ’80 in poi sono venuti a Zanzibar.
La seduzione del turismo e il cambiamento nel Paese ha provocato un forte impatto ed è centrale nel libro”, ha detto lo scrittore, sottolineando anche il desiderio di raccontare “non in modo cronologico tre epoche distinte attraverso i tre personaggi di Karim, Fauzia e Badar, ossia ciò che è accaduto prima, durante e dopo l’indipendenza”.
Con il personaggio di Badar, che resta servo tutta la vita, lei ha voluto evidenziare la capacità di resistere a un destino che molto toglie e dà poco. “Sì, è vero, lui non fa nulla di eroico, ma sopporta, accetta il suo destino nella vita quotidiana, come fanno molte persone nel mondo. Ma senza mai diventare arrabbiato, senza amarezza, rimanendo sempre gentile”.
Attraverso il personaggio di Raya, il suo matrimonio combinato, gli abusi subiti, lei affronta la condizione femminile a Zanzibar. Oggi come vivono le donne nel suo Paese? “Ho 4 sorelle che vivono lì, nessuna di loro ha subito quello che ha subito Raya”, ha spiegato, “Tra le persone della mia generazione molti matrimoni erano combinati dalla famiglia, spesso c’erano problemi di debiti da saldare, questioni risolte magari dando una figlia in sposa. Ma ci si poteva rifiutare ed esisteva comunque il divorzio. Ora le persone si incontrano durante gli studi, al lavoro e possono scegliersi più facilmente. Tuttavia è una situazione che ancora resiste perché a volte ci sono delle pressioni sociali, soprattutto nelle famiglie più religiose e conservatrici, dove si fanno differenze tra i generi: in quel caso le donne non possono incontrare gli uomini da nessuna parte”.
Sono passati 4 anni dal Nobel. Come è cambiata la sua vita? “Non mi aspettavo di vincere il Nobel, e nessuno se lo aspetta perché significherebbe essere troppo egocentrici”, ha raccontato, “Il mio nome poi non era neppure tra quelli più probabili, nessuno mi aveva citato come possibile vincitore. La prima cosa che è cambiata è che i miei libri sono stati tradotti in tanti Paesi, ed è stato bellissimo. Ma la vittoria ha fatto sì che in tanti volessero parlarmi, intervistarmi, e questo ha assorbito molto del mio tempo”. Sta lavorando a un nuovo libro? “Sì, sto scrivendo, ma non posso dire nulla, ancora è troppo presto”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
