Il reportage – La Little Persia di Los Angeles tra paura e divisioni – Notizie – Ansa.it

Il reportage – La Little Persia di Los Angeles tra paura e divisioni – Notizie – Ansa.it


Kiti Beri accoglie i clienti della tavola calda Shaherzad con un sorriso affaticato: “Sono tre giorni che non riesco a parlare con mia madre. Domani compie 73 anni e non so se stia bene”, spiega questa 35enne, arrivata da Teheran 15 anni fa. “Internet è in blackout e le linee fisse funzionano male”, continua, mentre incolla un naan sulle pareti del forno a legna: “Stiamo impazzendo”.

La guerra tra Tel Aviv e Teheran imperversa a più di 12.000 chilometri di distanza e a 10 ore e mezza di fuso, ma scuote profondamente Los Angeles, che ospita la più grande comunità della diaspora iraniana al mondo: dei circa 400.000 immigrati di origine persiana residenti negli Stati Uniti, più di un terzo risiede qui. In un angolo di Westwood, incastonato tra Beverly Hills e Santa Monica, tra villette, giardini curati e giacarande in fiore, gli iraniani americani hanno costruito una comunità compatta, nota come Persian Square, Little Persia o Tehrangeles: un susseguirsi di ristoranti, bazar, alimentari con insegne a caratteri persiani. Il farsi è la lingua dei tavolini piazzati al sole.

“Ovvio, mi oppongo alla Repubblica islamica. Mi ha perseguitato e costretto all’esilio. Questo non vuol dire che voglio vedere il mio paese sotto le bombe”, riflette Sam Beykzadeh, nato nel 1948 a Rasht e arrivato qui subito dopo la rivoluzione del 1979, che ha portato al potere gli Ayatollah.”Sono un rifugiato politico. Gli Stati Uniti mi hanno accolto, ma resterò sempre iraniano: sogno ancora in farsi”, dice davanti alla possibilità che il paese di cui ora ha la cittadinanza – insieme alla moglie, ai tre figli e ai nipoti – possa unirsi all’offensiva di Netanyahu. “Siamo in mano a stupidi criminali, da entrambi i lati. La guerra farà finire il regime? Forse. Ma prima morirà molta gente innocente, riflette nella sua libreria ‘Pars books’, stipata di libri in persiano e foto di scrittori “dissidenti, in carcere o esiliati”.

Un neon arcobaleno annuncia che l’alimentari ‘Shater Abbass Bakery & Market’ è aperto. Mohammad Ghafari è seduto alla cassa. Tutto intorno, scaffali colmi di tè, spezie, fichi secchi, poi bancali di riso e farine. “Sto male. Malissimo”, esordisce. Abbassa il volume della tv su cui segue le notizie “24 ore su 24”. “La rivoluzione mi ha colto mentre ero in Germania a studiare informatica. Non sono più tornato, ma il mio cuore è là, dove i miei tre fratelli e due sorelle non possono essere nemmeno avvisati dei bombardamenti perché le vie di comunicazione sono interrotte”.

Niloofar Mansoori sta preparando un collegamento con Iran International, il canale televisivo con sede a Washington per cui è corrispondente. “La comunità è lacerata. Molti sono nati qui; anche i genitori ormai sono cittadini statunitensi”, spiega paragonando l’escalation militare a una lite tra mamma e papà, che si osserva impotenti e pieni d’ansia. “Gli ebrei iraniani, invece, credono davvero che l’intervento di Netanyahu sia l’unico modo per rovesciare il regime”, spiega.

Tra i circa 50 mila ebrei iraniani che abitano nell’area, molti vivono a Beverly Hills, come la sindaca della ricca enclave, Sharona Nazarian. “È un momento profondamente difficile – ha dichiarato in consiglio comunale – Il mio cuore è con tutti i civili innocenti, specialmente i bambini. È importante ricordare che il conflitto di Israele non è con il popolo iraniano, che soffre sotto un regime che lo ha isolato dal mondo”.

Il rapper Shaheen Samadi, 31 anni, nato negli Usa da genitori esuli, è una voce molto seguita: “La verità è che non so nemmeno come dovrei sentirmi – commenta – Forse finirà il regime. Ma a quale prezzo?”. 

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