Nobiltà e avventura, Cosimo I e i cavalieri del mare – Arte – Ansa.it

Nobiltà e avventura, Cosimo I e i cavalieri del mare – Arte – Ansa.it


Le stole ricamate con la seta per dimostrare la nobiltà del casato, il manto bianco con la croce colore del sangue, grandi navi per solcare i mari e proteggere il Mediterraneo dalle insidie di pirati e infedeli. Molto meno conosciuti dei templari e di altri ordini cavallereschi, i cavalieri di Santo Stefano raccontano le loro storie a Pisa, la città che li ospitava, in una mostra allestita fino al 29 agosto all’Archivio di Stato. Un’occasione unica, spiega all’ANSA Jaleh Bahrabadi, la direttrice dell’Archivio, perché per la prima volta, insieme a oggetti, carte nautiche, divise e curiosità, come quella delle monache cavaliere, viene esposto al grande pubblico il prezioso manoscritto su pergamena del primo statuto, fatto redigere nel 1562 da Cosimo I, all’epoca duca di Firenze e Siena, poi granduca di Toscana, che dell’ordine cavalleresco legato al mare è stato il fondatore e primo Gran Maestro. “Un documento che riaccende la luce su un capitolo cruciale della storia regionale e nazionale”, fa notare appassionata la studiosa, che qualche giorno fa a Roma ha presentato insieme al capo di stato maggiore della Marina Militare e ai presidenti dell’Accademia e dell’Istituzione dei Cavalieri di Santo Stefano uno studio che per la prima volta mette a confronto i due statuti storici dei cavalieri (Giorgio Cuneo, Marco Gemignani, Sacra Religio Divi Stephani, Cld Libri).

Fondato e guidato da Cosimo I, con l’autorizzazione di Papa Pio IV, questo piccolo esercito di nobili marinai imperversò nel Mediterraneo per quasi tre secoli pur cambiando nel tempo fisionomia e funzioni. Con un ruolo significativo, dalla difesa di Malta assediata dai turchi, alla battaglia di Lepanto. Nelle sue fila, distinti in tre classi, militarono giovani della nobiltà toscana, ma anche napoletani, lombardi, marchigiani, emiliani, e persino ragazzi arrivati dalle Corti d’Europa. Una caratteristica, sottolinea Giorgio Cuneo, vice presidente dell’Istituzione Cavalieri di Santo Stefano, che fa di questo drappello di combattenti – non più di 60 ufficiali ai tempi di Cosimo, oltre 1400 già nel secolo successivo – “la prima marina nazionale italiana dell’età moderna”. Ma per l’ambizioso Cosimo, consapevole di provenire da un ramo collaterale dei Medici, i cavalieri furono innanzitutto un’abile operazione di potere. “Un fiore all’occhiello e nello stesso tempo un gioco politico ben studiato, che gli permise di accreditarsi e di stringere rapporti con le famiglie più importanti della nobiltà anche europea”, spiega Bahrabadi. In sostanza “qualcosa di ben diverso rispetto ai cavalieri delle crociate”.

Il quartier generale lo volle a Pisa nei palazzi che avevano ospitato l’amministrazione della repubblica marinara e che la creatività di Giorgio Vasari trasformò per lui in uno sfoggio di potenza medicea. Gli aspiranti cavalieri, reclutati dai 17 anni, venivano formati nelle aule di quella che oggi è la Scuola Normale, con lezioni di geometria, cosmografia, aritmetica, disegno, cartografia, oltre a fare pratica con le armi “da punta e da fuoco”. Accanto c’erano gli uffici amministrativi, l’ospedale, la Chiesa, che ancora oggi custodisce capolavori di Bronzino e Vasari. E poi l’alloggio per la componente femminile, nobildonne per le quali la moglie di Cosimo, Eleonora di Toledo, aveva voluto il ruolo di monache e un abito con la croce da cavaliere. Dietro la scelta di Pisa e di Livorno, dov’erano ormeggiate le navi, c’era ancora una volta una strategia politica, il segno che l’ordine legato al granduca era autonomo dal governo di Firenze. Una sorta di esercito personale dei Medici, insomma, che garantiva all’ambizioso governante il placet del Papa (era stato Pio IV ad autorizzare la nascita dell’ordine con una bolla ancora oggi efficace), e la simpatia dell’imperatore di Spagna, mentre accresceva il prestigio della sua azione politica. Un po’ per questo, forse, le regole di ingaggio erano particolari: come per i cavalieri di Malta venivano chiesti quattro quarti di nobiltà, ma c’era la possibilità di essere accettato grazie al pagamento di una generosa commenda in denaro. E non solo: una serie di privilegi legati alle tasse faceva sì che fosse conveniente per le famiglie importanti avere tra i loro membri almeno un cavaliere: “poteva essere un modo per tenere al sicuro una parte del loro patrimonio”, fa notare Bahrabadi. Era l’ordine a mantenere i suoi adepti, che però si impegnavano a lasciare in eredità al Tesoro la maggior parte dei loro beni. Per il resto,tante regole di comportamento, anche curiose, come quella che permetteva ad alcuni di loro di avere “secondo i sacri canoni” anche più di una moglie “vergine o vedova”.
    Cosimo muore nel 1574, i cavalieri, soppressi ai fini patrimoniali nel 1859, quando il granducato di Toscana lascia il passo ai Savoia e i beni vanno allo Stato, sopravvivono a tutt’oggi con l’Istituzione dei Cavalieri di Santo Stefano.

Eppure tanti aspetti di questa avventura restano da chiarire, sottolinea Bahrabadi: “Solo qui, negli scaffali dell’Archivio di Stato, custodiamo un milione e mezzo di documenti legati a questi trecento anni di storia”. Un tesoro ancora tutto da raccontare.

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