(di Gianluigi Basilietti) C’è un popolo che resiste da decenni, senza armi, nel cuore delle colline a sud di Hebron.
Sono i palestinesi di Masafer Yatta, comunità rurali minacciate ogni giorno da demolizioni, sgomberi forzati, violenze dei coloni e restrizioni militari imposte da Israele. In questo angolo della Cisgiordania – la cosiddetta area C – la loro battaglia è silenziosa, ma ostinata: una forma di resistenza non violenta, fatta di pastorizia e case ricostruite dopo ogni distruzione. A raccontarlo all’ANSA è un 30enne marchigiano, appena rientrato da una missione nei Territori palestinesi occupati.
Ha vissuto per un mese nel villaggio di At-Tuwani come volontario di progetti civili internazionali come “Operazione Colomba” e “Mediterranea”, al fianco di contadini, pastori, famiglie che ogni giorno si battono non per distruggere, ma per restare. “Questa è una delle resistenze più forti e dignitose che abbia mai visto – racconta Paolo (nome di fantasia, ndr) -.
Le persone non mollano la loro terra, anche se ogni giorno subiscono minacce, incursioni notturne, violenze fisiche e psicologiche. Resistono non con le armi, ma con la forza della comunità, dell’identità, del radicamento”. “In questo angolo di Palestina – spiega – si consuma ogni giorno una battaglia silenziosa ma potente, fatta di resistenza civile e di sguardi ostinati”. “Questa gente resiste da oltre 40 anni – racconta – nonostante le continue demolizioni, i divieti di costruzione, le minacce dei coloni, le incursioni dei soldati”. Un modello di lotta pacifica che ha attirato negli anni centinaia di attivisti internazionali e anche israeliani contrari all’occupazione.
L’area di Masafer Yatta è sotto minaccia costante di espulsione. Negli anni ’80, l’esercito israeliano ha dichiarato la zona “area di addestramento militare” (Firing zone 918), “strumento giuridico usato per tentare di sfollare interi villaggi”, spiega Paolo che aggiunge: “Nel 2000 i residenti vinsero un ricorso presso la Corte Suprema israeliana, riuscendo a tornare nelle loro case, ma l’ordine di demolizione pende ancora su centinaia di abitazioni. Vivono in attesa dello sfratto”. Secondo l’attivista marchigiano, la violenza non è solo quella delle armi: “E’ un sistema di apartheid quotidiano, fatto di check-point, di case abbattute, di pozzi d’acqua chiusi, di strade sbarrate”.
“I coloni arrivano anche di notte, armati, incappucciati, per terrorizzare famiglie inermi – racconta -. E la polizia che dovrebbe intervenire è spesso composta dagli stessi coloni. C’è un’impunità totale”. Insomma, non c’è solo Gaza. “Servono occhi internazionali in Cisgiordania – sottolinea Paolo -. Serve raccontare. Serve rompere il silenzio. Oggi, mentre il mondo guarda altrove, questi villaggi rischiano di essere cancellati”.
“Credo ancora che una pace giusta sia possibile – conclude il giovane marchigiano -: si deve partire dal riconoscimento pieno dello Stato di Palestina e dal rispetto del diritto internazionale”.
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