Delitto di via Poma, un mistero lungo 35 anni tra colpi di scena e nuove indagini – Notizie – Ansa.it

Delitto di via Poma, un mistero lungo 35 anni tra colpi di scena e nuove indagini – Notizie – Ansa.it


Trentacinque anni di misteri, tra presunti colpevoli dichiarati poi innocenti, errori investigativi, un lungo processo con tre gradi di giudizio e una piena assoluzione, fino all’ombra di depistaggi. E’ il 7 agosto 1990 quando in via Poma, nel quartiere Prati a Roma, in uno degli uffici degli Alberghi della Gioventù, viene trovato il corpo senza vita di Simonetta Cesaroni, contabile ventenne, uccisa con 29 colpi di tagliacarte.

 

Per quel delitto oggi non c’è ancora un colpevole, mentre i colpi di scena non sono mancati in tutti questi anni. L’ultimo lo scorso dicembre, quando il gip di Roma ha respinto la richiesta di archiviazione del fascicolo e disposto nuovi accertamenti di tipo scientifico, oltre alla raccolta di nuove testimonianze. 

 

 

Un nuovo tentativo degli inquirenti per arrivare a dare un nome e un volto all’omicida – sempre che sia tutt’ora vivo – , dopo che tutte le varie piste tentate in oltre tre decenni si sono rivelate finora vane. Il primo nome su cui sono stati puntati i fari della procura è stato quello di Pietrino Vanacore, uno dei portieri dello stabile di via Poma, arrestato tre giorni dopo il ritrovamento del corpo.

Vanacore, però, viene scarcerato poche settimane più tardi. Gli inquirenti cercano sia nella cerchia di amicizie della ragazza (rinvenuta nuda, ma senza segna di violenza sessuale), a cominciare dal fidanzato di allora, sia negli ambienti di lavoro. Il pm Pietro Catalani, dopo alcuni mesi di indagini, chiede l’archiviazione della posizione di Salvatore Volponi, datore di lavoro della Cesaroni. Il 26 aprile del 1991 il gip archivia gli atti riguardanti Pietrino Vanacore e altre cinque persone. Il fascicolo resta aperto contro ignoti.

Trascorre circa un anno e il 3 aprile del ’92 viene inviato un avviso di garanzia a Federico Valle, nipote dell’architetto Cesare Valle, che abita nel palazzo di via Poma e che la notte del delitto ha ospitato Vanacore. Valle viene tirato in ballo dalle dichiarazioni dell’austriaco Roland Voller, amico della madre di Valle, secondo il quale dai racconti della madre sarebbe emerso che il figlio tornò sporco di sangue da via Poma. Il 16 giugno 1993 il gip proscioglie Valle per non aver commesso il fatto e Vanacore perché il fatto non sussiste.

L’indagine entra in una lunga fase di stallo. Nel settembre del 2006 vengono sottoposti ad analisi i calzini, il corpetto, il reggiseno e la borsa di Simonetta. Il colpo di scena arriva con i risultati delle analisi effettuate dai Ris: sugli indumenti della ragazza, grazie a sofisticate strumentazioni, vengono rilevate delle tracce di saliva dell’ex fidanzato Renato Busco, che nel settembre del 2007 viene iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario.

Gli investigatori, inoltre, prelevano l’impronta dell’arcata dentaria di Busco, al fine di confrontarla (attraverso le foto autoptiche del 1990) con il morso riscontrato sul seno di Simonetta: l’arcata dentaria di Busco s’integra con l’individuazione del suo Dna sul corpetto ed il reggiseno. Il 3 febbraio del 2010 inizia il processo a carico dell’ex ragazzo che vive anche di nuovi colpi di scena: il 9 marzo, a pochi giorni dalla sua prevista deposizione, si toglie la vita Pietro Vanacore

Condannato in primo grado a 24 anni di carcere nel 2011, la sentenza nei confronti di Busco viene ribaltata in Appello tre anni più tardi. Nel 2014 la Cassazione respinge il ricorso della procura generale di Roma contro l’assoluzione dell’ex fidanzato, che così diventa definitiva. La storia giudiziaria del delitto di via Poma è tutta da riscrivere.

Bisogna attendere un altro decennio per una nuova svolta: a dicembre 2024 il gip Giulia Arcieri, in un provvedimento di oltre 50 pagine, ha ordinato, tra le altre cose, nuove analisi sulle tracce di Dna prelevate nell’ufficio, un esame dettagliato di tutto il materiale fotografico e stilato una lista di testimoni da ascoltare.

Tra le ipotesi anche quella che nello studio di via Poma in cui Simonetta lavorava part-time ci fossero documenti riservati dei servizi segreti. Sono una trentina le persone che la procura ha chiesto di sentire, tra vecchi protagonisti e altri mai ascoltati prima. Fra questi c’è anche Carmine Belfiore, ex questore di Roma e numero due della polizia, all’epoca alla Digos e Sergio Costa, ex 007 e genero dell’allora capo della polizia Vincenzo Parisi, oltre a tutti i colleghi e i datori di lavoro della ragazza.  

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