Israele “espande le sue attività a Gaza City”, dove da martedì è in corso una massiccia offensiva con l’obiettivo dichiarato di chiudere i conti con Hamas e riportare a casa gli ostaggi ancora in prigionia. “Useremo una forza senza precedenti”, ha avvertito sui social il portavoce militare in lingua araba, il colonnello Avichay Adraee, invitando di nuovo i palestinesi a lasciare la città per spostarsi “nella zona umanitaria nel sud” della Striscia.
Secondo le stime delle stesse Idf, sono già almeno 480 mila le persone fuggite finora da Gaza City che contava circa un milione di abitanti, tra residenti e sfollati, prima che Israele annunciasse l’operazione ‘Carri di Gedeone 2’ e l’intenzione di occupare la città. La fuga dei civili si è accelerata dopo l’ultimo assalto, con file interminabili di persone a piedi, veicoli, carretti trainati da asini che affollano la strada costiera al Rashid, l’unica rimasta aperta per l’evacuazione dopo la chiusura di quella centrale, la Salah al-Din, come ha annunciato ancora Adraee. Altre decine di palestinesi, almeno 33, sono invece rimasti uccisi negli attacchi israeliani lungo la Striscia, di cui 18 nella sola Gaza City.
Due persone sono morte mentre cercavano aiuti alimentari, altre 4 per malnutrizione, facendo salire a 440 il bilancio dei palestinesi morti di fame dall’inizio della guerra: 147 erano bambini. L’Idf ha fatto sapere di aver “eliminato 10 terroristi e smantellato oltre 20 siti militari di Hamas” e di “continuare a operare contro le minacce terroristiche anche a Khan Yunis e Rafah”, nel sud della Striscia. E mentre si inasprisce la guerra a Gaza – alimentando anche l’ansia delle famiglie dei 48 ostaggi ancora nelle mani di Hamas in presidio permanente sotto casa del premier Benyamin Netanyahu – si apre lunedì la settimana di alto livello dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite dove una decina di Paesi, capeggiati da Francia e Arabia Saudita, intendono riconoscere lo Stato di Palestina per ridare vita alla soluzione a due Stati, sepolta sotto le macerie della Striscia dopo l’attacco di Hamas di due anni fa.
Per il presidente francese Emmanuel Macron il riconoscimento di uno Stato palestinese è il “modo migliore per isolare Hamas” e garantire la sicurezza di Israele: la mossa di Parigi prevede infatti come condizioni la liberazione degli ostaggi israeliani e la smilitarizzazione della fazione islamica, nonché che la futura amministrazione sia affidata a un’Autorità nazionale palestinese riformata. Fermamente contrari Israele e Stati Uniti, che giovedì sera hanno posto il veto a una risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu per un cessate il fuoco a Gaza proprio perché il testo “non condannava Hamas”.
Per ostacolare l’iniziativa franco-saudita, nelle scorse settimane l’amministrazione Trump aveva negato i visti alla delegazione palestinese che doveva raggiungere il Palazzo di Vetro. Tuttavia l’Assemblea generale ha autorizzato il presidente dell’Anp Abu Mazen a partecipare in videoconferenza con un voto che ha visto 145 Paesi favorevoli, cinque contrari e sei astenuti. Anche il principe saudita Mohammed bin Salman interverrà da remoto, nonostante sia promotore con Macron della riunione dedicata alla Palestina.
Intanto il Consiglio di sicurezza ha reintrodotto le sanzioni contro l’Iran per il suo programma nucleare: i Quindici hanno bocciato (con 4 voti a favore, 9 contrari e 2 astensioni) una risoluzione che avrebbe permesso di estenderne la revoca decisa con l’accordo del 2015. Le misure rientreranno quindi in vigore il 28 settembre, a meno di un accordo dell’ultimo minuto e una nuova votazione. Parigi – che con Londra e Berlino fa parte del gruppo E3 che tratta con Teheran sul dossier – ha affermato di aver cercato “con tutti i mezzi di trovare un’alternativa”, rilanciando l’appello a trovare una soluzione negoziata.
“La diplomazia si porta avanti attraverso il dialogo, non attraverso la pressione e l’intimidazione”, ha replicato l’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir Saeid Iravani, lasciando tuttavia aperta “la porta della diplomazia”. Israele dal canto suo insiste: “L’obiettivo della comunità internazionale non deve cambiare: impedire all’Iran di acquisire capacità nucleari”.
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