“Le cose che conquisti con un po’ di attesa e di fatica hanno un gusto diverso. L’ho amato tantissimo, quel canotto, che è durato una vita ed era pieno di toppe per chiudere i buchi. L’ho amato perché avevo la sensazione di essermelo guadagnato davvero”. È una scoperta, quella del ‘premio’ sudato e meritato, che Mario Calabresi nel suo ultimo libro ‘Alzarsi all’alba’ (Mondadori) racconta di aver fatto a 11 anni dopo aver accettato su richiesta del nonno di ‘lavorare’ nel suo ufficio per ricevere il regalo di quinta elementare.
“Poi, negli anni, ho visto la fatica passare di moda”, sottolinea ancora il giornalista e scrittore nel volume che racconta le storie di chi ha costruito la propria vita un passo dopo l’altro, spesso affrontando difficoltà all’apparenza insormontabili. “L’idea del libro è nata dall’ascoltare sempre di più discorsi da cui la fatica sembra scomparsa – racconta Calabresi conversando con l’ANSA – come se si fosse costruita l’illusione di essere entrati nell’era della comodità: abbiamo la possibilità di ricevere tutto a casa, dalla spesa ai film, di non fare una ricerca su un dato argomento tanto l’intelligenza artificiale la fa per noi. La verità è che la fatica continua ad esistere, c’è una quantità di gente che continua a fare fatica tutti i giorni nel lavoro, nella cura delle persone malate, dei figli, e spesso si sente anche incompresa. Ho pensato che mi interessava riprendere questo tema, che è fuori moda, e rileggere la fatica come motore per conquistare le cose; del resto che tu sia un contadino che deve alzarsi presto e andare nei campi o un giornalista che deve scrivere un articolo, pensare di arrivare a dei risultati non facendo fatica è un’illusione”.
Ed ecco che intesa come “costanza, metodo, rigore e continuità”, la fatica è alla base delle storie al centro del libro: “Sono storie forti e spero che siano anche di ispirazione, mi sembra che raccontino come la fatica possa fare la differenza nella vita, è inutile sfuggirla, meglio farsela alleata”. Come fa il papà che corre le ultramaratone perché solo così ritrova la figlia che ha perduto, la giovane atleta paralimpica Veronica, il maestro di pianoforte che è salito nelle vigne del padre per non sprecare una vita di sacrifici. La sua storia apre il capitoletto ‘compassione’: “È il figlio di un contadino che aveva le viti e che decide di fare un’altra vita rispetto al padre: ma quando il padre muore di infarto nella vigna torna a casa, lascia tutto e si mette a fare il vino. Si chiama Giuseppe Russo, oggi ha molto successo, mi ha detto ‘non ho fatto il vino per passione, ma per compassione della fatica di mio padre, non poteva essere perduta’…”.
‘Alzarsi all’alba’ contiene nel titolo di un altro capitolo la citazione di un libro di Don Winslow ‘La pattuglia dell’alba’: è composta da persone che a causa del loro lavoro si svegliano anche prima che il sole sorga, dal grossista del mercato ortofrutticolo al pescatore che tramanda il mestiere di suo padre. “Ho scoperto l’alba quando ero corrispondente dagli Stati Uniti e mi alzavo alle 5, è un tempo tranquillo, di grandi soddisfazioni” racconta Calabresi, alle spalle le direzioni di La Stampa e la Repubblica, oggi direttore della podcast company Chora Media di cui è uno dei fondatori.
Proprio negli Usa ha letto per la prima volta il libro di Barbara Ehrenreich ‘Una paga da fame. Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo’ che racconta la fatica dei bassi salari e della mancanza di stato sociale: “Da quando ho vissuto negli Stati Uniti ho capito che noi spesso diamo per scontato il nostro sistema sociale che avrà tantissime pecche, ma che perlomeno si sforza di darci la sanità, di garantirci la scuola, un sostegno, mentre ci sono tante società tra cui quella americana in cui sei davvero solo, non hai reti sociali, se cadi cadi, punto. E allora lì la fatica è terribile – prosegue -. Penso al Novecento che è stato il secolo della liberazione dalla fatica fisica con l’arrivo delle macchine e l’automazione, ma anche a quanto resti la fatica della precarietà in tutto il mondo. Ecco, io penso che rimuoverla dal discorso sia sbagliato, va vista e riconosciuta e bisogna usarla perché è trasformativa” fino a diventare “un’ancora di salvezza”.
MARIO CALABRESI, ‘ALZARSI ALL’ALBA’ (MONDADORI, PP. 168, 18,50 EURO)
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