Rimasti lontani i tempi delle proteste sociali del 2019 e della rivendicazione di ‘dignità’ contro la diseguaglianza che portarono il giovane progressista Gabriel Boric alla guida del Paese nel 2021, oltre quindici milioni di cileni oggi sono chiamati alle urne per scegliere il nuovo presidente.
In testa c’è una preoccupazione su tutte. L’elettorato cileno si chiede sopra ogni cosa quale tra gli otto candidati che si presentano al primo turno sarà in grado di garantire una maggiore efficacia nella lotta contro la criminalità nel contesto di una crescente presenza di gruppi criminali stranieri nel Paese, inclusa la temibile gang venezuelana Tren de Aragua.
A guidare i sondaggi è la comunista Jeannette Jara, a capo della coalizione progressista Unidad por Chile. Anche lei si è dovuta inchinare all’agenda imposta dall’opinione pubblica e ha promesso che nel suo governo “ci sarà maggiore sicurezza” pur garantendo che verrà privilegiato “un approccio preventivo”.
“Colpiremo dove più duole, seguiremo la scia del denaro sporco”, ha detto mercoledì nel suo ultimo comizio. La destra si presenta all’appuntamento divisa, con tre diverse candidature, che rivaleggiano con i loro duri programmi contro la criminalità ma che a causa della frammentazione figurano indietro nei sondaggi in vista del primo turno.
Il conservatore José Kast, del Partito Repubblicano, parte favorito per un posto al ballottaggio sul libertario nostalgico della dittatura di Pinochet, Johannes Kaiser, e sulla moderata Evelyn Matthei. L’alfiere repubblicano, al terzo tentativo di insediarsi nel palazzo presidenziale de La Moneda, promette mano dura contro la delinquenza e l’immigrazione clandestina, mentre Kaiser ha annunciato il ritorno della pena di morte e Matthei si è accodata alla tendenza con lo slogan “carcere o cimitero” per i criminali.
Secondo le inchieste, in un probabile ballottaggio l’insieme dei voti di segno conservatore confluirà inesorabilmente sullo sfidante di Jara determinando la sconfitta della candidata della sinistra.
I candidati di destra, Kast e Kaiser, sono infatti pronti a sostenersi a vicenda e a dare il loro appoggio a chiunque si opponga alla comunista Jara, nel caso di un ballottaggio il 14 dicembre.
“Se non andrò al secondo turno, cosa che credo non succederà, darò il mio supporto a qualsiasi esponente che non sia quello del governo”, ha detto Kast lasciando i seggi elettorali. Sulla stessa linea Kaiser. “Di fronte al pericolo di una candidatura comunista io non ho dubbi, darò il mio appoggio a qualsiasi opzione che vada contro” Jara, ha detto.
Per un Paese che, negli indici della regione, figura tra i più sicuri di tutta l’America Latina, il fatto che il tema criminalità sia al centro dell’agenda politica rappresenta sicuramente un paradosso. Secondo dati ufficiali il tasso di omicidi in Cile è di 6 ogni 100.000 abitanti, lontanissimo dai 38 dell’Ecuador, dei 25 del Messico, e dei 19 del Brasile. Il 63% dei cileni ritiene tuttavia che la criminalità è oggi il maggiore problema nazionale e che la quantità di immigrati, raddoppiata negli ultimi sette anni, sia la causa principale dell’insicurezza.
Sul risultato di domenica pesa ad ogni modo l’incognita del voto obbligatorio. Per la prima volta dal 2012 le elezioni presidenziali del Cile si terranno con questo sistema e gli esperti stimano che l’affluenza potrebbe quasi raddoppiare rispetto alla tornata del 2021, con un incremento di oltre 5 milioni di elettori.
“Nelle precedenti elezioni l’affluenza è stata del 55% per cui c’è in teoria un 45% di elettori che si aggiungerà e che non sappiamo come vota”, ha dichiarato all’ANSA l’analista politico dell’Università Andrés Bello, Felipe Vergara. Secondo l’esperto “questo introduce un fattore di incertezza che va al di là delle tendenze che indicano i sondaggi e può produrre un risultato a sorpresa”.
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