Doveva essere la giornata dell’orgoglio veneto, dove il centrodestra punta sì a “stravincere”, come dicono Matteo Salvini e Antonio Tajani, ma pure a pesarsi, con la gara tra Fdi (che la vince) e Lega che si misura anche con lo sventolare delle bandiere in un palazzetto strapieno. Ma gli echi delle polemiche tra il partito di Giorgia Meloni e il Quirinale arrivano fino a Padova: Giorgia Meloni sale sul palco osannatissima, spende parole di miele per il candidato della Lega, Alberto Stefani, maldigerito dai suoi e mette in campo il meglio del suo copione da comizio.
Prendendo di mira non solo il sindacato, come fanno anche gli alleati, ma anche quella sinistra “autoreferenziale e salottiera”, con “la puzza sotto il naso”, che rema “contro” il Paese, come fa chi ha “la cattedra in voltare le spalle all’Italia”, cioè l’ex premier Romano Prodi. C’è poco spazio, nel discorso della premier, per l’uscente Luca Zaia, con cui Stefani farà “staffetta”. Lui, il Doge (solo bandiere leghiste quando sale sul palco), insiste sui risultati dei suoi 15 anni alla guida del Veneto e sottolinea che “Alberto sarà Alberto” ma “in continuità”.
Il candidato, l’enfant prodige leghista, mantiene il suo profilo, ribadisce che non dirà mai parole “contro”. E’ un “giovane che portiamo a governare” – e che dopo avere fatto il sindaco del suo paese potrà fare “il sindaco del Veneto” – non come “la sinistra che usa i giovani per fare casino”, come dice Salvini, che parla di Zaia come “uno dei migliori uomini di governo non d’Italia ma d’Europa”. Con Stefani “non condivido solo i gusti musicali”, rivela la premier, osservando che Stefani “non ha paura di dire chi è”, e ha iniziato a fare politica, come lei “a 15 anni”.
La platea si esalta quando il leader leghista parla di sicurezza, snocciolando una serie di fatti di cronaca che hanno cambiato verso “grazie ai nostri decreti sicurezza”, ma soprattutto quando sul palco sale lei. Meloni pure rivendica, in fila, i risultati del suo governo e ricorda, come ha già fatto a ogni comizio, la capacità del centrodestra di sovvertire “i pronostici”. Riparte da quando Fdi era data nemmeno “al 5%” e rivendica di essere ancora oltre il 30% dopo tre anni di governo, “il terzo più longevo della storia d’Italia”. Ricorda i timori di chi prevedeva con la destra al governo una nuova impennata dello spread o una nuova “tempesta finanziaria” perché “sperano che le cose vadano male per governare sulle macerie”.
Attacca a testa bassa Prodi (e non è la prima volta), al centro anche dell’articolo della discordia pubblicato dalla Verità, che ha scatenato il cortocircuito con il Colle. E rivendica le riforme, non solo quella della giustizia per cui ringrazia “un veneto doc come Carlo Nordio”, ma pure quella del premierato (a dire il vero ancora impantanata in Parlamento), perché una volta portata a casa consentirà di dire addio “agli inciuci, ai giochi di palazzo, ai governi che passano sopra la testa dei cittadini”. Lei, ribadisce, è intenzionata a rimanere in sella “fino alla fine della legislatura”: il governo “dura, non fatevi fregare e andate a votare sui contenuti” della riforma che prevede la separazione delle carriere e pure un’alta corte che giudicherà i magistrati che sbagliano ( Non è un referendum su di me, dice).
Cita pure Enzo Tortora – applausi in platea. E invita gli oppositori a fare la loro battaglia “senza sconti” ma “lasciando stare gli eroi come Falcone e Borsellino”, l’affondo della premier contro “la sinistra che non sa più cosa inventarsi per avvelenare i pozzi” Infine un passaggio per il suo partito, che ha dovuto rinunciare alla corsa alla guida del Veneto per il bene della coalizione: “Non potrei fare il lavoro che faccio senza un partito così generoso e coeso alle spalle”, riconosce la premier. Per poi confidare nel fatto che Stefani potrà proseguire con il “buongoverno” del centrodestra in Veneto grazie a una “numerosa pattuglia di consiglieri Fdi”. La Lega è avvisata.
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