Due mesi di sostanziale cessate il fuoco a Gaza, sebbene più volte violato da Israele e Hamas, segnano un primo successo del piano di pace di Donald Trump. Ma adesso che il presidente americano punta a passare alla fase successiva entro la fine dell’anno, sorgono nuovi ostacoli che rimettono in questione parte dei 20 punti dell’accordo.
L’ultimo, solo in ordine di tempo, riguarda la composizione del Board of Peace, l’organismo presieduto dalla stesso Trump che guiderà l’amministrazione provvisoria della Striscia insieme a un governo di “tecnocrati” palestinesi. Secondo il Financial Times, Tony Blair ne sarebbe stato escluso su pressione dei Paesi arabi e musulmani, sponsor dell’intesa.
I sostenitori dell’ex premier britannico – che aveva contribuito alla stesura del piano con il Tony Blair Institute for Global Change – avevano sottolineato il suo ruolo nel porre fine a decenni di violenza nell’Irlanda del Nord. Ma il mondo arabo non gli ha perdonato i suoi scarsi successi da inviato speciale del Quartetto (Usa, Russia, Ue e Onu) per il processo di pace in Medio Oriente, e soprattutto il suo coinvolgimento attivo nella guerra di George W. Bush in Iraq nel 2003.
La notizia arriva dopo che il Times of Israel aveva riferito di un incontro, non reso pubblico, tra Blair e Benyamin Netanyahu avvenuto appena 10 giorni fa per discutere dei piani futuri.
Ma lo stesso Trump si era accorto dei dubbi degli arabi già alla vigilia della firma dell’accordo, celebrata in pompa magna il 13 ottobre a Sharm el Sheikh: “Ho sempre apprezzato Tony, ma voglio scoprire se è una scelta accettabile per tutti”, aveva detto durante il volo sull’Air Force One che lo portava in Medio Oriente. Per il tycoon un grattacapo non da poco, visto che quello di Tony Blair è l’unico nome citato nero su bianco nel suo piano per Gaza e nella risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che ne ha di fatto ripreso integralmente obiettivi e modalità.
La composizione del Board of peace, stando a Haaretz, dovrebbe essere annunciata tra il 15 e il 25 dicembre, mentre per l’avvio della Forza internazionale di stabilizzazione che dovrebbe schierare 20.000 militari a Gaza bisognerà attendere l’inizio del 2026. Netanyahu volerà negli Stati Uniti per incontrare Trump il 29 dicembre per discuterne.
Secondo i media israeliani, dovrebbe trattenersi negli Usa per 7 giorni, a cavallo di Capodanno, ma non è chiaro se i due si vedranno alla Casa Bianca o nel resort del presidente a Ma-a-Lago in Florida.
A frenare sulla cosiddetta fase 2 del piano, resta Hamas: “Non potrà cominciare” finché Israele continuerà “a violare l’accordo” di cessate il fuoco e “a sottrarsi ai propri impegni”, ha detto Hossam Badran, membro dell’ufficio politico del movimento. Hamas insiste sul fatto che, in base all’accordo, Israele avrebbe dovuto riaprire il valico di Rafah con l’Egitto e aumentare il flusso di aiuti alimentari verso la Striscia.
Un funzionario israeliano ha annunciato l’apertura nelle prossime ore ai camion di aiuti del valico di Allenby, chiuso a settembre dopo l’attacco di un autista giordano che costò la vita a due soldati dell’Idf. D’altra parte, in base alla fase 1, Hamas deve ancora restituire il corpo di un ostaggio deceduto, l’agente di polizia Ran Gvili, ucciso il 7 ottobre 2023.
Ma sono tanti, oltre a quello di Gaza, i dossier aperti sul tavolo di Usa e Israele. Washington preme per un’intesa tra Netanyahu e il nuovo leader di Damasco, Ahmed al Sharaa, apprezzato da Trump. Secondo l’agenzia saudita al-Sharq al-Awsat, però, a settembre il premier israeliano si sarebbe rifiutato di firmare un accordo di sicurezza con la Siria a margine dell’Assemblea generale dell’Onu. “Fake news”, ha tagliato corto l’ufficio del primo ministro: “Gli Usa hanno organizzato contatti e incontri ma non è stato raggiunto nessun accordo con la Siria”.
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