Il 12 gennaio potrebbe segnare la svolta nei rapporti tra l’Ue e l’America Latina, oppure l’ennesimo buco nell’acqua. Tutto si gioca sulle garanzie per gli agricoltori, vero ago della bilancia del Mercosur.
Archiviato il rinvio strappato al vertice Ue da Roma e Parigi, la Commissione europea ha riavviato la macchina diplomatica nell’intento di chiudere in meno di un mese l’accordo commerciale con Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Bolivia.
La posta in gioco è alta: la nascita della più grande area di libero scambio al mondo – capace di coinvolgere oltre 700 milioni di consumatori – ma anche la credibilità dell’Europa come partner affidabile in un mondo scosso dai dazi di Donald Trump.
Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron hanno rimesso il destino dell’intesa nelle mani di Bruxelles, chiedendo clausole di salvaguardia e misure a specchio per garantire che i prodotti sudamericani rispettino gli stessi standard europei, dai pesticidi alla sicurezza alimentare e al benessere animale. Per l’Italia la linea è netta: ciò che è vietato nell’Ue non può rientrare dalla finestra delle importazioni. Il fronte più sensibile resta tuttavia quello transalpino, dove gli agricoltori temono soprattutto l’arrivo massiccio di carne bovina e avicola prodotta a costi più bassi e con standard inferiori. Il primo segnale arrivato mercoledì con l’accordo preliminare tra il Parlamento europeo e i Ventisette sulle salvaguardie Ue in chiave anti-dumping dovrà ora passare al vaglio degli ambasciatori – forse già il 22 dicembre – e poi dalla plenaria dell’Eurocamera per ottenere l’ufficialità richiesta da Roma. Ma il nodo resta proprio il calendario: l’Aula si riunirà a Strasburgo non prima del 19 gennaio, complicando la corsa a una firma sotto la presidenza di turno del Mercosur detenuta dal brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, che il giorno successivo passerà il testimone al Paraguay guidato dal conservatore Santiago Pena.
Pur ammaccata dal rinvio, von der Leyen ha provato a tenere insieme i fili della partita, dicendosi “fiduciosa” che si possa raggiungere la maggioranza qualificata per la quale il via libera dell’Italia è decisivo. Il lavoro affidato al suo team è un’operazione di fino. Esclusa l’ipotesi di interventi “magici” capaci di riscrivere o stravolgere il testo, sul tavolo restano soluzioni come la formulazione di impegni formali e vincolanti, messi nero su bianco attraverso uno scambio di lettere dal valore giuridico con i partner sudamericani. Il pressing di Berlino e dei nordici resta forte, tanto che Friedrich Merz ha voluto dettare i tempi anche per l’Italia che – a suo avviso – ha chiesto un rinvio di “due settimane”, assicurando tuttavia che la firma alla fine arriverà. Il cancelliere non ha voluto rinunciare nemmeno “alla speranza” di portare a bordo anche Parigi: Macron non ha chiuso del tutto, ma la sua richiesta di un “cambio di natura” dell’intesa con tutele robuste e difesa del reddito agricolo riflettendo il clima teso in Francia, dove gli appelli a una tregua di Natale si moltiplicano ma i trattori restano sulle strade. Un quadro davanti al quale l’inquilino dell’Eliseo potrebbe restare coerente sul no con lo sguardo già alle presidenziali del 2027.
Lo stallo Ue non scalfisce tuttavia il lavoro dei partner del Mercosur che, al summit di Foz do Iguacu iniziato in questi giorni, puntano a segnare progressi su intese con gli Emirati Arabi Uniti – il più vicino alla chiusura -, Canada, Giappone, India, Vietnam e Indonesia. Già decisi a guardare oltre l’Europa.
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