Tank schierati a Caracas, uomini armati e incappucciati agli angoli delle strade, posti di blocco dei reparti paramilitari, i famigerati ‘colectivos’, che controllano nei cellulari pur di trovare anche solo un messaggio di appoggio a Trump. Giornalisti perquisiti, fermati e poi rilasciati. Uno tra loro espulso dal Paese, un italiano, Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn. La capitale s’è svegliata attanagliata dalla morsa della repressione.
La calma surreale che ha dominato i giorni successivi il raid americano è scomparsa alle prime ore del giorno lasciando spazio alla paura di parlare e al timore di una nuova ondata di arresti. Gli uomini forti del regime chavista si sono ripresi la scena blindando la città.
In nottata è scattato l’allarme per un’intensa sparatoria nei pressi della sede del governo di Miraflores, con l’abbattimento di droni: alla fine è stato chiarito che s’è trattato “un incidente provocato da una confusione interna tra le forze di sicurezza”. Gli uav erano decollati per compiti di vigilanza ma nessuno aveva informato le forze di terra che li hanno immediatamente abbattuti. Un banale equivoco però sintomatico di un clima sensibilmente peggiorato.
Forte del decreto di eccezionalità varato ieri subito dopo il giuramento della presidente ad interim Delcy Rodriguez, gli uomini della sicurezza hanno lanciato la caccia ai possibili collaboratori coinvolti nell’azione militare statunitense.
“Gli organi di polizia nazionali, statali e municipali – si legge nel decreto – devono immediatamente intraprendere la ricerca e la cattura su tutto il territorio nazionale di qualsiasi persona coinvolta nella promozione o nel sostegno dell’attacco armato degli Stati Uniti d’America contro il territorio della Repubblica (…) al fine di perseguirla”. Giro di vite anche contro quella che rimane dell’opposizione: il Comitato per la liberazione dei prigionieri politici in Venezuela ha riferito che ai detenuti per ragioni politiche è stato sospeso il diritto di visita e viene loro impedito di comunicare con il mondo esterno.
Paura per l’oggi ma anche incertezza crescente per il futuro: tutti gli osservatori si chiedono quanto durerà in carica il triunvirato che sta reggendo la Repubblica bolivariana del Venezuela, la presidente ad interim Delcy Rodriguez, il ministro dell’Interno Diosdado Cabello e il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, gli uomini forti del regime, uno a capo della polizia l’altro dell’esercito, i pilastri che hanno mantenuto Maduro al potere per oltre un decennio attraverso una repressione mortale del dissenso.
Come ha dimostrato lo smacco subito sabato dalle forze speciali americane, il regime chavista è rimasto solo formalmente intatto, visto che è evidente la sua incapacità di difendersi da attacchi aerei, né di comunicare in modo efficace tra i diversi comandi.
Il loro potere di repressione sul fronte interno resta immutato con tutta la sua ferocia. Radicalmente diverso il discorso sul fronte dei rapporti con gli States di Donald Trump, tanto che in queste ore molti si chiedono come Delcy e gli uomini forti dei reparti di sicurezza sapranno percorrere un sentiero sempre più impervio, stretti tra la necessità di mantenere un rapporto di collaborazione con il tycoon, tentando di assecondare le sue richieste sempre più imperiose. E allo stesso tempo resistere alla pressione dell’opposizione cercando di evitare ogni pericoloso rivolta interno. Stabilire, insomma se, al di là dei proclami propagandistici, il nuovo gruppo dirigente punta a lavorare a tempo pieno all’organizzazione di una transizione o sarà costretto a pensare a una forma di resistenza.
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