Uno scontro politico interno al governo fa slittare la nomina del presidente della Consob. La scelta di Federico Freni, sottosegretario all’Economia e deputato della Lega, sembrava imminente secondo le indiscrezioni riportate da diversi quotidiani alla vigilia del Consiglio dei ministri, che alla fine nel pomeriggio congela la decisione. È così rinviata almeno di una settimana la scelta del successore di Paolo Savona, il cui incarico alla guida della Commissione nazionale per le società e la Borsa, iniziato nel 2019 con il primo governo Conte (Lega-M5s), scadrà a inizio marzo.
Il Cdm dura vent minuti ma è tutt’altro che tranquillo. A un certo punto da alcune fonti di governo filtra la decisione di avviare la procedura di nomina del sottosegretario a “componente” della Consob, ma poco dopo emerge che la delibera sul tema è rinviata. Anche, viene spiegato, per approfondimenti sul requisito di indipendenza del futuro presidente. Mentre Antonio Tajani con i suoi rivendica di aver bloccato la nomina di Freni a presidente, senza avere nulla in contrario a un suo incarico da consigliere. Sullo sfondo, tensioni politiche intuibili dalle dichiarazioni che precedono la riunione.
FI solleva le prime obiezioni, con l’irritazione di chi ha letto sui giornali di un’intesa di cui non era stato informato: Raffaele Nevi spiega che “la designazione di un politico alla Consob non ha mai convinto” gli azzurri, meglio un tecnico “autorevole e riconosciuto dagli operatori”. E aggiunge che “di questa cosa se ne occupa il nostro leader di partito Antonio Tajani”. Marco Osnato esprime la posizione di FdI: il sottosegretario all’Economia “ha tutte le caratteristiche” per guidare la Consob “ma allo stesso tempo è una pedina importante nello scacchiere del Mef”.
In mezzo arriva l’endorsement di Matteo Salvini: “Freni è stato un bravissimo sottosegretario all’Economia, può fare con altrettanta capacità altri ruoli”. E anche quello di Maurizio Lupi, leader di Nm: “Evitiamo veti pregiudiziali, soprattutto in un momento così delicato per l’economia italiana. Non sempre, peraltro, i ‘tecnici’ si dimostrano migliori”.
Le riflessioni vanno avanti da settimane e da tempo era considerato in pole Freni, appassionato melomane e apprezzato da molti in Parlamento anche per le sue doti diplomatiche (gli è cara una frase, “soprattutto, non troppo zelo”, invito ad agire senza entusiasmi incontrollati, mutuato da una citazione di Talleyrand, ministro degli Esteri francese nel XIX secolo).
Anche Giorgia Meloni, assicurano i suoi, lo stima. Ma, spiegano fonti parlamentari, è poco propensa a concessioni alla Lega, in una fase in cui – si sottolinea – pone paletti e piazza bandierine su vari fronti. Inoltre, in queste valutazioni, ci sono anche i dubbi sulla sostituzione di un presidente di area Lega come Savona (FdI provò a mettersi di traverso nel 2019 quando era all’opposizione, contestandolo anche l’anno scorso sulla sospensione dell’ops di Unicredit su Bpm). Nonché sull’ipotesi che il nuovo sottosegretario al Mef possa diventare Armando Siri, fedelissimo di Salvini. Senza contare che Freni (che difficilmente lascerebbe l’incarico per fare il semplice componente della Consob) alla Camera andrebbe sostituito con elezioni suppletive in un collegio uninominale di Roma (magari già nella tornata convocata per il 22-23 marzo, in caso di dimissioni a stretto giro, 45 giorni prima).
In Cdm tutti i nodi politici emergono. FI ribadisce la propria posizione, e fra gli alleati si sospetta sia un modo per alzare la posta su altre caselle, ad esempio l’Antitrust. Nella discussione, riferiscono fonti dell’esecutivo, c’è chi, pur senza preclusioni verso Freni, solleva il tema della necessità di avere come presidente una figura indipendente, prospettando anche il rischio di rilievi sulla nomina da parte della Corte dei conti. Alla fine si decide di congelare la scelta.
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