Abbonamenti e copie vendute in edicola in crescita, settemila articoli sul sito e duemila pagine di carta, 55mila pagine nel nuovo archivio storico, 25mila copie mensili con migliaia di extra tirature realizzate ad hoc per eventi nazionali o internazionali, ricavi aumentati del 36%: è una storia di successo quella del primo anno del Giornale dell’Arte sotto la guida di Luca Zuccala, trentottenne nuovo nume del giornalismo culturale italiano, che ha preso le redini della storica rivista italiana acquisita un anno fa da Intesa Sanpaolo, Fondazione 1563 della Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo.
– È soddisfatto? È alla guida di una delle rare realtà editoriali italiane che continua a crescere.
“Pensavamo a un rodaggio, quest’anno è stato invece un lancio nello spazio. Ma constatare che una realtà editoriale e che parla di cultura e di arte possa andare così bene è solo una bella notizia. Ora dobbiamo consolidare i risultati: sul digitale, in soli tre mesi del 2025 abbiamo raggiunto il totale delle visualizzazioni del 2024, e i social media centrano le 27 milioni di visualizzazioni organiche in un anno. Abbiamo stabilizzato 1,5 milioni di pagine digitali al mese sul sito; 17 milioni di visualizzazioni in tutto il 2025, certificate. Ora l’obiettivo non solo è mantenere quel milione e mezzo, ma arrivare anche a due milioni e consolidare tutti i nuovi canali informativi che stiamo lanciando” dice il direttore in un’intervista all’ANSA.
– Un “atlante” che orienti e un’agenda che “allinei le polveri nel buio”: è bella la descrizione che ha fatto degli obiettivi che vi siete posti per la rivista.
“Giornale dell’Arte ha una storia di 43 anni cresciuta grazie a grandissimi nomi della cultura italiana, da Umberto Allemandi, che fondò la testata nel 1983, a Federico Zeri. Si poteva definire polverosa invece noi quelle ‘polveri’ le vogliamo far brillare. Abbiamo una memoria storica che valorizziamo digitalizzando l’archivio: un lavoro imponente ora a disposizione della comunità scientifica in modo gratuito”.
-Il Giornale dell’Arte è su carta, è in digitale, è un archivio ma è anche sui social media: ci sono altri progetti? “Faremo tutto quello che serve a far diventare il Giornale dell’Arte una media company, cioè un palinsesto con tutti i canali informativi possibili, quindi anche audio e video. A metà febbraio lanceremo questa nuova strategia: vogliamo nel giro di un anno dare un servizio di estrema completezza dell’informazione culturale a livello non solo italiano ma internazionale. Il mio compito sarà quello di essere tutte le settimane sul campo, a tutte le grandi biennali, le fiere, gli eventi cruciali del sistema, in Italia e nel mondo, in un dialogo incessante con la redazione, i nostri giornalisti, la nostra comunità. Per dare ai nostri lettori tutti gli strumenti necessari per interpretare criticamente quello che succede nel sistema dell’arte, mantenendo degli standard di qualità altissimi”.
– Come sta cambiando la geografia del sistema e del mercato dell’arte in Italia e nel mondo? “Il nostro Paese rappresenta circa l’1% delle vendite globali di arte contemporanea e mantiene una presenza stabile ma marginale sulla scena internazionale. Detto ciò, è in corso un’inversione di tendenza che dopo la Brexit ha messo in ombra Londra facendo crescere più interesse su Parigi e anche su Milano e Torino. Una delle novità di maggiore impatto nell’economia dell’arte italiana è stata la riduzione dell’Iva sulle opere d’arte dal 22% al 5%, rendendola tra le più basse d’Europa. Questa misura è stata accolta come un importante incentivo per rilanciare gallerie, vendite private, fiere e attività collezionistiche; rimangono ancora alcune cose cruciali da fare, soprattutto sulle questioni legate alla circolazione e all’esportazione delle opere, oltre a vincoli burocratici storici che frenano ancora la piena competitività del mercato interno. La mia ambizione è fare da collettore a tutte queste istanze. Quanto alla geografia del sistema è innegabile che si sia spostata verso il Medio Oriente: noi stessi faremo un importante focus sui Paesi del Golfo, luoghi dove nasce un museo e una fiera d’arte ogni mese e dove si colgono le istanze future: la profonda ibridazione tra arte contemporanea, moda, design e lusso. Lavoreremo anche in una logica di soft power: trasformare cultura e creatività in reputazione, e la reputazione in opportunità”.
– Qual è il progetto a medio-lungo termine? “La nostra ambizione è quella di essere certificatori di qualità in campo critico, storico, artistico; conservare la matrice storica e culturale del Giornale e infondere nuova linfa con figure nazionali e internazionali apicali in campo critico, storico e giornalistico. Penso a Jussy Pylkannen, storico presidente Globale di Christie’s che ha firmato gli editoriali degli speciali sul Mercato dell’arte; a Melania Mazzucco, con lo speciale su Arte e Libro; a Emilio Isgrò, che ha realizzato un’opera ad hoc per il numero di novembre ‘cancellando’ la prima pagina del GdA del 1983. E ancora le firme di Arturo Galansino, Zahi Hawass, Francesco Zanot, Carolyn Christov-Bakargiev, Alessio Vannetti, Nicola Ricciardi, Sharon Hecker, Hans Ulrich Obrist, per citarne alcuni. Abbiamo avviato alcune sezioni: Archivi d’artista con Ilaria Bernardi; Filosofia dell’arte con Marco Enrico Giacomelli; Arte e cura, con l’Istituto di Candiolo; Diritto dell’arte con Laura Castelli; Collezioni d’arte con Valentina Casacchia. E poi focus dedicati come l’inchiesta sui falsi nel Futurismo, la Power 100 sulle 100 figure apicali del sistema dell’arte italiano”.
– Immagino che questa sia una cartina al tornasole sui cambiamenti in atto nel sistema dell’arte. “Il nostro obiettivo è proprio quello: capirne l’evoluzione nell’arco dei prossimi anni. Una volta i protagonisti erano critici, curatori e galleristi, oggi hanno sempre più influenza fondazioni, player della finanza, brand della moda e del lusso. Sicuramente è in corso una ridefinizione del ruolo del “potere” artistico”.
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