L’ultima lettera del papà di Nando Tagliacozzo, in cui l’uomo chiede aiuto prima di essere deportato. La foto di un bambino di 7 anni con i suoi fratelli, che ritrae Emanuele Di Porto, rifugiatosi su un tram nei giorni dopo il rastrellamento del ghetto. Una bimba di due anni sorridente e paffuta, Emma Di Veroli, che pochi mesi dopo lo scatto verrà uccisa a Birkenau. Sono alcuni dei documenti, finora conservati nelle case di privati cittadini e ora messi a disposizione dell’Archivio storico della Fondazione Museo della Shoah.
Video Foto, lettere, certificati e diari diventano patrimonio collettivo
Una parte fondamentale della Storia è ancora custodita nelle case dei cittadini
Una fotografia in bianco e nero. Un nome scritto a matita sul retro. Un certificato piegato, una lettera mai spedita. Per decenni, una parte fondamentale della storia della Shoah in Italia è rimasta custodita nelle case dei cittadini. Nei cassetti, negli armadi, nelle scatole di latta. Memorie familiari sopravvissute al tempo, ma esposte al rischio dell’oblio.
Da qui nasce ‘Dalle case alla Storia. Ogni documento può restituire una vita’, la campagna di raccolta documenti promossa dall’Archivio storico della Fondazione Museo della Shoah. L’iniziativa invita le famiglie a condividere fotografie, lettere, diari e documenti legati alla persecuzione antiebraica affinché possano essere tutelati, studiati e restituiti alla collettività.
“Questa campagna nasce dalla consapevolezza che una parte fondamentale della Storia del nostro Paese è ancora custodita nelle case dei cittadini e se non riconosciuti come patrimonio storico condiviso, rischiano di andare perduti. Donarli è un gesto di grande responsabilità civile”, afferma Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah e figlio di Shlomo, sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz. “La generosità di chi sceglie di donare documenti privati incontra, nell’Archivio storico della Fondazione, un lavoro rigoroso e altamente specializzato, capace di interpretarli e restituirli alla collettività. Il nostro obiettivo – spiega Mario Venezia – non è soltanto la digitalizzazione, ma la costruzione di un patrimonio vivo, accessibile e comprensibile”.
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Emma e gli oltre 200 bambini deportati il 16 ottobre da Roma
L’infanzia è uno dei luoghi più vulnerabili della memoria. Senza le fotografie, le lettere, i certificati conservati dalle famiglie, molte di queste vite sarebbero rimaste anonime. La campagna Dalle case alla Storia nasce anche per questo: per restituire ai più piccoli il diritto di essere ricordati.
Il 16 ottobre 1943 è il giorno in cui l’infanzia, per molti bambini ebrei di Roma, finì all’improvviso. Le storie che emergono dai documenti familiari parlano di bambini molto piccoli, di madri strappate dalle case, di padri scomparsi dopo una delazione. Raccontano una Shoah vista dall’altezza di chi non aveva strumenti per capire, e a volte neanche per ricordare.
Emma Di Veroli aveva poco più di due anni quando fu arrestata, il 16 ottobre del 1943, insieme ai suoi genitori Mario Di Veroli e Grazia Ajò, e deportata a Birkenau. Nessuno di loro farà ritorno. La sua foto, conservata per decenni dai parenti, è oggi il simbolo degli oltre 200 bambini deportati da Roma tra il 16 ottobre 1943 e la Liberazione. Nessuno di loro fece ritorno. Il fondo Di Veroli è stato il primo a essere donato alla Fondazione nel 2017: poche fotografie e carte private che hanno permesso di ricostruire la storia di Mario, Grazia ed Emma, arrestati il 16 ottobre 1943 e deportati a Birkenau.
Emanuele Di Porto, il bambino del tram
Emanuele Di Porto aveva dodici anni quando assistette all’arresto della madre, Virginia Piazza, in Piazza Mattei. Provò a seguirla, a salire sul camion, ma lei riuscì ad allontanarlo. In quel gesto si consumò la separazione definitiva. Virginia morirà a Birkenau pochi giorni dopo. Emanuele sopravviverà inizialmente protetto dalla solidarietà di bigliettai e autisti di tram. Storie come questa parlano di reti di aiuto spesso invisibili. E di bambini che, grazie ai documenti conservati nelle case, oggi tornano ad avere un nome, un volto, una storia.
Emanuele Di Porto con a sua famiglia
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Attilio Lattes, in salvo attraverso un buco nel muro della cantina
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“Mia sorella Ada, scomparsa nel nulla a 8 anni”
Nando Tagliacozzo aveva cinque anni quando, la mattina del 16 ottobre, nell’appartamento accanto al suo, vengono arrestate la sorella Ada, di otto anni, la nonna e lo zio. Qualche mese dopo, a causa di una delazione, anche il padre verrà deportato. Nando si salva con la madre e il fratello trovando rifugio in un convento. La sua storia è raccontata nel libro ‘Stelle nascoste. La Shoah nei ricordi di un bambino’ (Nando Tagliacozzo e Marco Caviglia, Mondadori Ragazzi, 2025).
Video ‘Mia sorella Ada, scomparsa nel nulla a 8 anni’
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Da memoria privata a responsabilità collettiva, attaverso il metodo scientifico
Un documento non parla da solo. Ha bisogno di essere riconosciuto, contestualizzato, studiato. È da qui che inizia il lavoro dell’Archivio storico della Fondazione Museo della Shoah. Un luogo in cui fotografie, lettere, certificati e diari familiari vengono sottratti al rischio della dispersione e trasformati in patrimonio storico condiviso.
“Il nostro obiettivo non è soltanto conservare”, spiega Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah. “Ma restituire senso e voce a materiali che raccontano vite spezzate, scelte, persecuzioni. Ogni documento entra in un percorso rigoroso di studio e valorizzazione”.
L’archivio è il luogo in cui la memoria privata incontra un metodo scientifico rigoroso e diventa conoscenza condivisa. Il lavoro, spiega il responsabile Marco Caviglia, si articola in più fasi: acquisizione dei materiali – in originale o in copia –, catalogazione, studio storico e restituzione pubblica attraverso progetti di ricerca, didattica, mostre e strumenti digitali. Un processo che consente di ricostruire biografie individuali e, allo stesso tempo, di ampliare la conoscenza collettiva della Shoah in Italia. Molti dei fondi oggi conservati dall’Archivio storico provengono da famiglie che, per anni, hanno custodito quei documenti senza sapere che valore potessero avere.
“Donare un documento – spiega Caviglia – non significa separarsi dalla propria memoria, ma affidarla a un lavoro capace di tutelarla e renderla accessibile. Non significa perderla, ma salvarla. È questo il senso della campagna permanente di raccolta documenti: costruire un archivio vivo, che continui a crescere grazie alla partecipazione diretta dei cittadini”.
I documenti raccolti alimentano progetti di ricerca e di divulgazione già attivi e futuri. Tra questi, la collaborazione con Sapienza Università di Roma per il progetto Sapienza ’38, dedicato all’espulsione di studenti e docenti ebrei dalle scuole e dalle università, e il lavoro con la Fondazione Fossoli per la ricostruzione delle biografie degli ebrei detenuti nel campo di transito attraverso le lettere inviate durante la prigionia.
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