Aumenta l’aspettativa di vita e anche gli anni dedicati dai caregiver all’assistenza. Una donna italiana tra i 25 e i 29 anni dedicherà circa il 29-30% della propria vita futura alle attività di cura degli altri, secondo uno studio del programma del Pnrr, Age-It, presentato dalla professoressa Cecilia Tomassini dell’Università del Molise, basato sugli ultimi dati disponibili, relativi al 2016. Un uomo della stessa età dedicherà alla cura il 22-23% della propria vita.
In termini assoluti, ciò corrisponde a circa 16-17 anni di caregiving per le donne, quattro anni in più rispetto agli uomini. Lo studio sottolinea che la sostenibilità dei sistemi di assistenza di lungo periodo dipende dal riconoscimento e dal supporto ai caregiver, soprattutto femminili. Sono 13,5 milioni di persone in Italia che ogni giorno si dedicano a cure e supporto non retribuito di familiari, amici, vicini di casa.
Secondo un altro studio realizzato nell’ambito del programma Age-it, presentato da Agar Brugiavini (Università Ca’ Foscari Venezia), anche a causa del lavoro di cura non retribuito, le donne mostrano carriere discontinue e pensioni più basse.
Il risultato è una vita più lunga ma spesso più fragile, soprattutto per coloro che vivono in contesti con servizi di assistenza meno sviluppati. La discontinuità lavorativa espone le donne a una maggiore vulnerabilità socio-economica, a sua volta questa ha effetti sullo stato di salute nella vecchiaia.
La maggiore longevità delle donne non si traduce automaticamente in benessere, poiché la mancanza di tutele professionali incide direttamente sulla resilienza fisica e psicologica. Secondo Age-It, affrontare l’invecchiamento diseguale richiede un cambio di paradigma.
Le politiche sanitarie e sociali devono intervenire lungo l’intero ciclo di vita, riducendo le disuguaglianze di genere nel lavoro, nel reddito e nell’accesso ai servizi. “La longevità è una conquista, ma senza politiche integrate rischia di diventare una nuova fonte di disuguaglianza” , sottolineano i ricercatori.
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