Lo scontro sul referendum tra Governo e magistratura arriva nell’Aula Magna della Cassazione, un botta e risposta tra i vertici delle toghe e il ministro della Giustizia Carlo Nordio che si consuma davanti al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’Anno giudiziario. Un muro contro muro nel giorno in cui formalmente si dà avvio all’attività per il 2026.
Il primo presidente della Suprema Corte, Pasquale D’Ascola, nel corso della sua relazione non utilizza gira di parole. “La preoccupazione della magistratura – afferma – è volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale”.
Dunque, sottolinea, “va coltivato con tenacia un clima di rispetto reciproco e fattiva collaborazione tra le istituzioni, che permetta lo sviluppo di un dialogo pacato e razionale sul futuro della Giustizia”. L’obiettivo, secondo D’Ascola “è evitare che si diffonda nella società la falsa convinzione che il magistrato sia incerto e titubante circa la tutela complessiva della funzione giurisdizionale e che quindi sorga la tentazione di influire sul magistrato stesso, immaginandolo avvicinabile, pavido, condizionabile”. Parole che anticipano di pochi minuti quelle del Procuratore Generale, Pietro Gaeta, secondo cui “lo scontro, perché come tale viene presentato agli occhi dei cittadini, tra giudici e politica, ha raggiunto livelli inaccettabili per un Paese che si vuole tradizionalmente culla del liberalismo giuridico”. Ed invece, aggiunge il magistrato, “sulla giustizia occorrerebbe aborrire la logica del malcontento precostituito e della semplificazione dei problemi a tutti i costi, che è figlia (e madre) di assetti non dialogici: la democrazia, viceversa, è dialogo e concerto”.
Parole nette. E netta è la ‘risposta’ che a stretto giro arriva dallo stesso Guardasigilli. “Sento il dovere istituzionale di ribadire con chiarezza e fermezza – ha detto Nordio in Aula Magna – che ritengo blasfemo sostenere che questa riforma tenda a minare l’indipendenza della magistratura”. Si tratta, ha aggiunto, “di un principio non negoziabile”, perché “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta da magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente”. Una interpretazione “diversa” è “un’arbitraria e malevola distorsione offensiva della logica ermeneutica e dell’etica politica”.
Nel suo intervento il ministro delinea anche gli scenari del post voto, di quanto accadrà – a suo dire – dopo la tornata referendaria di marzo. “Auspico – aggiunge -che il dibattito sulla riforma si mantenga nei limiti della razionalità e della pacatezza: se il popolo respingerà” la proposta “resteremo fermi al nostro posto rispettandone la decisione”. Ma se, al contrario, “la confermerà”, già il giorno dopo partirà “un dialogo con la magistratura, con il mondo accademico, con l’avvocatura per elaborare le necessarie norme attuative nell’ambito perimetrato dell’innovazione”.
Al ministro arriva immediata la risposta dell’Associazione nazionale dei magistrati. “Spiace per il termine ‘blasfemo’ – stigmatizza il presidente del sindacato delle toghe, Cesare Parodi -. Noi abbiamo delle opinioni che riteniamo fondate e che difendiamo, che hanno la loro dignità”. Di nuovo, un muro contro muro che non porta a nulla e non aiuta nessuno. Anche perché, lo sottolinea il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli nel suo intervento, la “delegittimazione reciproca”, “indebolisce le istituzioni e rompe il patto di fiducia tra esse e i cittadini”.
Con il risultato che, questi ultimi, possano legittimamente “chiedersi se debbano o possano ancora fidarsi di chi decide, a vario titolo, le loro sorti, sia con l’introduzione di nuove norme, anche di rango costituzionale, sia con l’applicazione e l’interpretazione del diritto, nell’esercizio della giurisdizione”.
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