Non si è fatta attendere la reazione dell’Iran alla decisione europea di inserire i Guardiani della rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche, adottata dai 27 dopo la violenta repressione delle proteste di inizio gennaio: una misura considerata dal regime “ostile e offensiva”, presa solo per “compiacere gli alleati guerrafondai”, Israele e Stati Uniti.
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Per tutta risposta Teheran ha deciso, in base a “una risoluzione dell’assemblea consultiva islamica” del 2019 sulla reciprocità delle misure, di considerare “terroristi” gli eserciti “dei Paesi coinvolti nella recente risoluzione dell’Ue contro il Corpo della Guardie rivoluzionarie”, ha annunciato il Segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani, sbarcato poi a Mosca dove ha incontrato Vladimir Putin. E mentre Donald Trump prende tempo per un eventuale attacco all’Iran, anche gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni prendendo di mira – sulla scia di quelle dell’Unione europea – il ministro dell’Interno Eskandar Momeni e alcuni comandanti dei Pasdaran, così come le società di servizi finanziari Zedcex Exhange e Zedxion Exchange.
Un caccia Usa
Il commander-in-chief alterna minacce a dichiarazioni più incoraggianti, intimando agli ayatollah di raggiungere un accordo sul nucleare mentre continua a schierare “una grande armata” nella regione che, tuttavia, “spera” di non dover utilizzare. L’Iran “vuole fare un accordo”, “vedremo cosa succede”, ha risposto a chi gli chiedeva se avesse fissato una scadenza perché Teheran accetti un’intesa. Nel tentativo di scongiurare l’escalation, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è volato a Istanbul per discuterne con il collega turco Hakan Fidan. La Turchia di Recep Tayyip Erdogan si è offerta per mediare tra Stati Uniti e Iran “per ridurre le tensioni”, fino a proporre un incontro trilaterale “al massimo livello”. “Siamo pronti per i negoziati con gli Usa, purché siano equi. Ma siamo anche pronti per la guerra”, ha affermato Araghchi, mettendo tuttavia in chiaro che “i missili iraniani e il sistema di difesa missilistico non saranno mai un tema di questo negoziato, perché la sicurezza del popolo iraniano non è qualcosa di cui possiamo discutere”.
Ali Larijani
Limitazioni al sistema di missili balistici sono – insieme al programma nucleare – tra le condizioni poste da Trump per non lanciare l’attacco. Araghchi ha anche commentato la decisione europea sui pasdaran, giudicandola “un errore strategico”. “L’Europa è in declino – ha insistito -. Presto si renderanno conto di aver commesso uno sbaglio”. Nel frattempo Trump sta valutando se e come agire. Secondo il New York Times, al presidente sarebbero state presentate diverse opzioni: la più rischiosa sarebbe quella di inviare dei commando per distruggere o danneggiare gravemente parti del programma nucleare iraniano non ancora colpite dai bombardamenti americani dello scorso giugno. Un’altra ipotesi sarebbe lanciare una serie di attacchi contro obiettivi militari e strategici per creare le condizioni sul terreno affinché le forze di sicurezza iraniane possano deporre la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. Israele, prosegue il quotidiano, starebbe invece insistendo per una terza opzione: un attacco congiunto al programma di missili balistici, ricostruito a suo dire dopo la guerra dei 12 giorni. “Israele sta cercando di convincere gli Usa a intervenire in Iran”, ha accusato il ministro turco Fidan. Secondo il Times of Israel, un cacciatorpediniere lanciamissili americano ha attraccato nella città portuale israeliana di Eilat, sul Mar Rosso. Secondo l’esercito israeliano, l’arrivo del cacciatorpediniere era pianificato in anticipo e rientrava nell’ambito della cooperazione in corso tra l’Idf e l’esercito statunitense.
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