“Ho vissuto momenti molti difficili, per 3 mesi dopo l’operazione ho avuto la febbre a 40. E’ stata dura ma ora sto bene, anzi benissimo, e posso di nuovo fare tutto quello che desidero, come giocare a calcio e a basket. I medici che mi hanno accolto in Italia sono stati per me una nuova famiglia”.
Dario, 14 anni, parla un italiano fluente anche se quando è arrivato a Roma dall’Ucraina, nel 2022, non ne conosceva neppure una parola: è fuggito da Kiev dopo lo scoppio della guerra per poter continuare a curari. Da quando aveva 6 anni soffre di dermatomiosite, una rara e grave malattia autoimmune, ed è uno degli 8 bambini e ragazzi trattati all’Ospedale Bambino Gesù con le cellule Car-T, terapia innovativa grazie alla quale Dario ha ottenuto la remissione completa, non mostrando più alcun segno della malattia a distanza di due anni.
“Appena sono arrivato in Italia – racconta all’ANSA – avevo molta paura, anche perchè non conoscevo la lingua. Poi, in poche settimane in ospedale, ho iniziato a capire e parlare in italiano. L’intervento con le Car-T mi è stato fatto nel 2024 ed è andato molto bene: prima non potevo camminare, non avevo assolutamente forze, e ossa e muscoli mi facevano molto male, non riuscivo neppure a mangiare da solo”.
Poi, la ripresa: “Ora sto benissimo, mi sento in forze e posso fare ciò che voglio, ho ripreso a praticare sport. Sono tornato anche a scuola e sto frequentando il primo superiore Scienze applicate”. I controlli medici sono previsti ogni sei mesi, ed il legame che si è instaurato col personale sanitario che lo ha seguito resta forte: “Ringrazio tutti i dottori, che mi sono sempre stati vicini. Posso solo dire che vi voglio bene”.
Dario è tornato ad avere una vita “normale”, come tutti i suoi coetanei, ma non può dimenticare il periodo buio vissuto in Ucraina con la guerra: “Quando è iniziato il conflitto con la Russia – racconta – ero ricoverato all’ospedale di Kiev. Tante notti non abbiamo dormito, perché le bombe cadevano di continuo ed io e mio padre volevamo tornare nella nostra casa, al confine con la Polonia. I medici ci hanno detto di restare per proseguire le terapie fino a quando è diventato troppo pericoloso e siamo andati via”. Quindi il viaggio in auto con tutta la famiglia – i genitori ed una sorella – fino a Budapest, e poi in aereo fino a Roma.
“La nostra famiglia è profondamente grata all’Ospedale Bambino Gesù per averci aiutato e aver dato a nostro figlio un’altra possibilità di vita. Grazie di cuore”, dice la mamma del ragazzo.
“Ora mi sembra tutto un brutto sogno, ma non c’è stato un solo momento in cui non abbia avuto fiducia nei miei medici. Loro sono stati per me come una nuova famiglia”. Uno dei ricordi più belli di questi mesi è quello del primo compleanno trascorso in Italia: “Ero arrivato da pochi giorni ed era il mio compleanno. Mi sentivo un po’ solo quando, a sorpresa, sono entrati nella mia camera tutti i dottori e le infermiere, cantavano e mi hanno portato una grande torta e tanti regali”. Gli occhi ora sono puntati al futuro: “Stare in Italia mi piace molto, ma ho nostalgia del mio Paese, vorrei tornare dai miei amici in Ucraina e dalla mia famiglia lì”. “Non so, vedremo. Per ora – dice emozionato al telefono – sono felice così”.
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