Un aumento del 154% dei disturbi depressivi tra le persone accompagnate dalla rete Caritas nell’ultimo decennio. Un disagio mentale che, nell’80% dei casi, si intreccia con condizioni di povertà materiale, relazionale e sociale. E forti disuguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi di salute mentale, aggravate dal definanziamento e dall’indebolimento dei presìdi territoriali. Sono alcuni dei dati emersi oggi durante la presentazione a Roma del Rapporto “Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati”, promosso da Caritas Italiana in collaborazione con la Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia, in occasione della Giornata mondiale del malato.
In particolare, il Rapporto evidenzia un peggioramento strutturale della salute mentale, con effetti particolarmente evidenti sulle giovani generazioni, sulle donne, sulle persone con esperienza migratoria. Ed è soprattutto la pandemia da Covid-19 che ha agito da fattore accelerante, rendendo più visibili fragilità già presenti e determinando un diffuso peggioramento del benessere psicologico, in particolare tra i giovani e le donne, con un aumento significativo di sintomi ansiosi, depressivi e di disagio emotivo.
Le evidenze epidemiologiche indicano che in Italia la diffusione dei disturbi mentali è ampia e tutt’altro che marginale. Gli studi clinici stimano che la prevalenza di almeno un disturbo mentale nel corso della vita vari tra il 18,6% e il 28,5%, mentre nell’arco degli ultimi 12 mesi oscilli tra il 7,3% e il 15,6%. E in modo trasversale a tutti gli studi emerge un marcato divario di genere, con una prevalenza di ansia e depressione nettamente più elevata tra le donne.
In ogni caso, l’indice di salute mentale – che sintetizza aspetti quali ansia, depressione e benessere psicologico su una scala standardizzata – evidenzia un peggioramento nelle fasce più giovani della popolazione, mentre con l’aumentare dell’età la situazione tende generalmente a migliorare. In particolare, la fascia di età adolescenziale (14-19 anni) registra lo scostamento più marcato nel confronto tra il 2016 e il 2024 (insieme alla fascia 25-34 anni). Per i giovani di 14-19 anni si osserva un calo dell’indice di salute mentale di 1,6 punti.
Il peggioramento risulta più accentuato tra le ragazze, con una riduzione di 2,3 punti rispetto al 2016, a fronte di un calo di 0,8 punti tra i ragazzi. E in ambito internazionale, l’Unicef colloca l’Italia all’8/o posto tra i Paesi Ocse per la salute mentale dei quindicenni. Tra i capitoli del Rapporto anche una ricerca sui social media, particolarmente in uso tra i giovani, da cui risulta come la piattaforma Instagram contribuisca a ridefinire il modo in cui la sofferenza psichica viene raccontata, percepita e condivisa nello spazio pubblico. E dall’analisi di un campione di post e relativi commenti emerge che i disturbi del comportamento alimentare risultano l’area semantica più ricorrente, seguiti dai riferimenti generici ai disturbi mentali e psichiatrici, dal disturbo ossessivo-compulsivo, dai disturbi d’ansia e dalla depressione. Disturbi più gravi o complessi, come la schizofrenia o i disturbi dissociativi, pur presenti, restano comunque meno visibili.
“La sofferenza mentale non può essere compresa né curata se isolata dalle condizioni materiali e relazionali in cui prende forma”, ha rilevato nel suo intervento il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, sottolineando che il Rapporto chiede “responsabilità, alla politica, alle istituzione e alla Chiesa”. E ricordando che, in particolare per quanto riguarda i giovani, il disagio mentale “è legato molto anche al problema delle dipendenze e quindi anche della lotta alle dipendenze, su cui io credo che dobbiamo fare sicuramente molto di più di quanto stiamo facendo”.
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