Al confine russo, Kharkiv resiste e accoglie i villaggi svuotati – Notizie – Ansa.it

Al confine russo, Kharkiv resiste e accoglie i villaggi svuotati – Notizie – Ansa.it


Gli addobbi delle festività del Natale ortodosso e le insegne luminose dei grandi negozi riflettono la luce sulla neve mentre la gente passeggia sui marciapiedi, ma basta girare l’angolo per vedere una ruspa che raccoglie i detriti dei primi missili arrivati con il nuovo anno, quattro giorni fa: i razzi hanno colpito dei palazzi ferendo diciannove persone, tra cui un neonato di sei mesi.

 

A Kharkiv l’ossimoro della nuova normalità ucraina sembra più evidente che altrove. Nella seconda città più popolosa del Paese, a quaranta chilometri dal confine russo, finora i suoi abitanti hanno avuto la meglio. Nonostante i massicci bombardamenti di Mosca dal 2022, le persone – anche i russofoni – non hanno lasciato le proprie case e il peggio sembrava essere passato, ma nell’ultimo anno la Russia ha ricominciato ad attaccare. “Abbiamo deciso di restare, anche le sirene suonano ancora e i palazzi sono tornati a cadere”, commenta Taras accompagnando la madre a fare la spesa. In questi anni non c’è stata alcuna evacuazione, anzi.

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 Kharkiv accoglie gli sfollati che arrivano dai due fronti guerra, il Donbass e i territori a nord est. In un largo edificio a tre piani alla periferia della città, che prima era una scuola, quotidianamente vengono trasferite le chiamate in arrivo al 112 e altre linee gestite dalle organizzazioni umanitarie: quando i russi sono a ridosso delle proprie abitazioni la gente chiama e da qui partono bus o ambulanze che poi caricano intere famiglie o persone sole. “Interi gruppi a volte vengono recuperati per strada mentre scappano a piedi, disposti a fare decine di chilometri pur di lasciare l’inferno che avvolge le loro case. E a volte capita che durante la fuga i droni nemici uccidano qualcuno”, spiega Alla Sherstiuk, coordinatrice del centro. Negli ultimi due anni e mezzo dall’intera regione e da una parte dell’oblast di Donetsk sono arrivati oltre trentunomila profughi, che poi si trasferiscono dai parenti o negli ostelli.

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Dal centro degli sfollati, attraverso i contatti mantenuti dai rifugiati con i civili ancora sotto il fuoco, si assottiglia la conta di chi è ancora lì. Sergiy, 57 anni, appena arrivato da Kostantinovka, lavorava nelle miniere di carbone: “Prima della guerra – dice – nella mia città c’erano centomila persone. Ora sono ottocento, tutta gente molto anziana che ormai credo morirà lì e se tutto va bene verrà seppellita nei giardini delle proprie case, come succede adesso”. Da ottobre scorso in massa sono giunti da Kupiansk, a sud est: “anche quello è diventato un posto dove si combatte soltanto e forse sono rimasti a malapena un centinaio di civili, ce ne accorgiamo da come improvvisamente qui si riversano le persone in poche settimane”, ammette Alla. In molti, come Georgiy e la moglie Irina dal villaggio di Studenok, vanno via quando l’ombra dei droni si allunga sui tetti loro case. Ma c’è chi non è scampato: Igor, 54 anni, a dicembre a Kupiansk ha visto cadere la moglie davanti ai suoi occhi, colpita dagli sciami della morte mentre insieme tentavano la fuga. Lui, che da allora non parla più, non è potuto tornare indietro neanche per seppellirla.
   

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