Il ministro della Pubblica sicurezza israeliano, Itamar Ben-Gvir, figura di estrema destra, ha chiesto oggi l’arresto del presidente palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e l’assassinio di alti funzionari palestinesi qualora il Consiglio di Sicurezza dell’Onu votasse a favore dello Stato palestinese. “Se accelerano il riconoscimento di questo Stato fabbricato, se l’Onu lo riconosce, voi (…) dovete ordinare omicidi mirati di alti funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese, che sono terroristi sotto ogni aspetto (e) ordinare l’arresto di Abu Mazen”, ha detto Ben-Gvir ai giornalisti, rivolgendosi direttamente a Netanyahu.
l Consiglio di Sicurezza dell’Onu va al voto per la risoluzione Usa che approva il piano di pace di Donald Trump per Gaza e autorizza una forza internazionale di stabilizzazione per l’enclave palestinese che dovrebbe anche disarmare Hamas. Dalla sua approvazione dipende l’avvio della fase due del piano, quella più difficile, dopo la tregua, lo scambio dei prigionieri e il parziale ritiro dell’Idf dalla Striscia.
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Sul voto pesa l’incognita del possibile veto della Cina e della Russia, Paese quest’ultimo che nei giorni scorsi ha presentato una bozza alternativa che non menziona la smilitarizzazione di Gaza, si oppone alla permanenza di Israele oltre la linea gialla, non cita il Board of Peace per l’amministrazione transitoria dell’ enclave (presieduto dallo stesso Trump) e affida al segretario generale dell’Onu il compito di valutare le “opzioni per il dispiegamento della Forza internazionale di stabilizzazione” (togliendole così a Washington). Una linea condivisa anche dalla Cina e dall’Algeria. Ma a premere per il rapido passaggio della risoluzione americana, oltre ai paesi arabo-musulmani più importanti (Qatar, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Indonesia, Pakistan, Giordania e Turchia), si è aggiunta anche l’Autorità Palestinese, rafforzando le possibilità di una approvazione. Secondo fonti diplomatiche, per Mosca e Pechino sarebbe infatti difficile opporsi ad un testo sostenuto dalla Palestina e dall’intera regione. Le previsioni dell’ultima ora quindi ipotizzano che la risoluzione ottenga la maggioranza dei voti (almeno 9 su 15), con l’astensione di Russia e Cina. Per facilitare il voto di Mosca e Pechino, la bozza di risoluzione è stata rinegoziata.
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Ora afferma che gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza possono partecipare al cosiddetto Board of Peace e che “le condizioni potrebbero finalmente essere mature per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese”, una volta che l’Autorità Palestinese avrà attuato un programma di riforme e la ricostruzione di Gaza sarà avanzata. Per la forza internazionale di stabilizzazione resta confermato il compito di garantire un processo di smilitarizzazione di Gaza, incluso il disarmo e la distruzione delle infrastrutture militari di Hamas. Comprensibile quindi che le critiche più forti siano arrivate da Hamas e Israele. Un gruppo ombrello di fazioni palestinesi guidate da Hamas ha pubblicato una dichiarazione contro la risoluzione, definendola un passo pericoloso verso l’imposizione di una tutela straniera sul territorio e sostenendo che la proposta serve gli interessi israeliani. Respinta inoltre qualsiasi clausola relativa al disarmo di Gaza o che leda “il diritto del popolo palestinese alla resistenza”.
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Dal canto suo il premier Benjamin Netanyahu, sotto pressione dai ministri di destra del suo governo, ha ribadito che Israele resta contrario a uno Stato palestinese e ha promesso di smilitarizzare Gaza “con le buone o con le cattive”. Nel frattempo Israele deve fare i conti con le proteste contro l’evacuazione dell’avamposto illegale di Tzur Misgavi, in Cisgiordania: diversi agenti della polizia israeliana sono rimasti feriti in violenti scontri con i coloni, decine dei quali hanno cercato di barricarsi sul posto “attaccando le forze di sicurezza con il lancio di pietre e barre di ferro, e incendiando pneumatici e veicoli”. Altri scontri nel villaggio di Jaba’a, vicino a Betlemme, con incendi a veicoli e abitazioni.
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