I vertici del Governo coinvolti nel caso Almasri, così come avvenuto durante l’indagine del tribunale dei Ministri, decidono di optare per l’invio di memorie difensive alla Giunta per le autorizzazioni e non sottoporsi ad audizioni.
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quello dell’Interno, Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano, al termine della riunione di Giunta del 10 settembre avevano ricevuto dal presidente dell’organo parlamentare, Devis Dori, la “lettera di invito” per essere ascolti. Agli indagati però era riservata la possibilità di trasmettere alla Camera un documento scritto: strada poi intrapresa. L’incartamento dovrà essere depositato in Giunta entro il 15 settembre e verrà poi discusso nella riunione che si terrà il 17 settembre.
Non è escluso che il contenuto possa ribadire quanto già affermato dagli esponenti del governo nelle relazioni al Parlamento del febbraio scorso e quanto cristallizzato nella memoria trasmessa il 30 luglio ai giudici di piazzale Clodio.
La ‘linea difensiva’ dell’esecutivo punta, in primo luogo, sull’avere agito “nell’interesse dello Stato”. “Lo stato di necessità, come enunciato dall’articolo 25 del ‘Responsability of State for Internationally Wrongful Acts 2001’ della International Law Commission delle Nazioni Unite – si afferma nella memoria – legittima rappresentanti del governo italiano coinvolti nel presente procedimento”. La norma citata fa riferimento al codice di diritto internazionale sulla responsabilità degli Stati su atti illegittimi che giustifica – come nel caso citato nella memoria difensiva – l’illiceità di una misura per salvaguardare un interesse essenziale dello Stato da un pericolo grave e imminente.
Nella relazione introduttiva, illustrata mercoledì in Giunta, si afferma che la stessa premier Meloni “nel difendere la scelta del Governo, ha affermato che l’espulsione dell’Almasri è avvenuta per ragioni di sicurezza nazionale, come conseguenza della scelta autonoma della magistratura di disporre la scarcerazione di Almasri”.
Il governo conferma, quindi, la scelta di ‘parlare con le carte’ sul caso giudiziario legato al generale libico accusato dalla Cpi di crimini contro l’umanità. Nel corso dell’attività di istruttoria nessun indagato si è sottoposto ad interrogatorio. In base a quanto è emerso dagli atti, il tribunale aveva fissato per il 23 maggio l’audizione di Nordio.
Un atto mai avvenuto dopo che l’avvocato difensore, Giulia Bongiorno, il 22 maggio ha inviato una comunicazione nella quale ha spiegato la volontà del Guardasigilli di non essere ascoltato e proponendo l’ascolto del sottosegretario Mantovano in quanto soggetto che per il governo “ha coordinato le varie fasi della vicenda oggetto di accertamento”.
La risposa del tribunale arriverà il 28 maggio. Una comunicazione di poche righe in cui si prende atto della decisione di Nordio: il Tribunale aggiunge però di ritenere “non fungibili” le posizioni dei due indagati e “non ravvisa, allo stato, l’esigenza di sentire Mantovano”. Salvo che, sottolineano i giudici, l’istanza del difensore “non sia da intendere, con riferimento alla posizione di quest’ultimo, come espressa richiesta di essere interrogato e/o di rendere spontanee dichiarazioni”.
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