Sulla scia del caso della Global Sumud Flotilla e delle tensioni verbali tra Turchia e Israele per la spartizione delle influenze in Siria, Ankara ha per la prima volta chiesto l’arresto internazionale di un capo di governo israeliano in carica: il ministero della Giustizia turco ha presentato all’Interpol una richiesta di red notice per il premier Benjamin Netanyahu, già accusato nel Paese di crimini contro l’umanità e genocidio.
La risposta del premier israeliano, lanciato verso le elezioni di ottobre, non si è fatta attendere e si è tinta di toni virulenti: “Erdogan è un dittatore antisemita che ha massacrato i curdi, dà rifugio ai terroristi di Hamas, occupa metà di Cipro e imprigiona un numero record di giornalisti e oppositori politici”, si legge in una nota. “Ora sta cercando di estendere in Siria la sua aggressione contro Israele. Israele non lo tollererà. Il patetico tentativo di Erdogan di intimidire i leader e i soldati di Israele, l’unica vera democrazia in Medio Oriente, non avrà successo”.
La mossa turca, mero strumento di pressione simbolica e politica, arriva al culmine di un contenzioso giudiziario tra Ankara e lo Stato ebraico sull’assedio di Gaza che si trascina da quindici anni, riaperto ogni volta che un abbordaggio in acque internazionali è finito in un tribunale turco. Il procedimento in corso riguarda l’intercettazione, lo scorso maggio, della Global Sumud Flotilla: circa 430 tra equipaggi e attivisti, a bordo di una cinquantina di imbarcazioni, erano stati fermati dalla marina israeliana al largo di Cipro, condotti con la forza in Israele, detenuti nel carcere di Ktziot e infine espulsi. La richiesta, annunciata dal ministro della Giustizia turco Akin Gurlek, ha dato seguito ai mandati di arresto emessi il 14 luglio scorso dall’undicesima Corte penale di alto grado di Istanbul, nell’ambito di un fascicolo che conta complessivamente 35 imputati. Le accuse comprendono crimini contro l’umanità, genocidio, privazione aggravata della libertà, aggressione e percosse, tortura, distruzione di proprietà, saccheggio aggravato e dirottamento di mezzi di trasporto.
“Non consentiremo che i crimini commessi a Gaza vengano insabbiati”, ha dichiarato Gurlek. Soddisfatti gli attivisti: “Accogliamo con favore qualunque iniziativa giudiziaria che contribuisca a rompere un’impunità che dura da troppo tempo”, ha commentato Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, ricordando che quanto subito dagli attivisti “si aggiunge ad anni di sistematiche violazioni dei diritti del popolo palestinese” legate all’assedio di Gaza. La mossa di Ankara segna una gerarchia diversa rispetto ai precedenti: nel 2010, dopo l’assalto israeliano alla Mavi Marmara costato la vita a dieci cittadini turchi, bastò la pressione diplomatica di Washington a spingere lo Stato ebraico alle scuse ufficiali, chiudendo la crisi nel giro di alcuni anni. Questa volta, nel contesto post-7 ottobre 2023, nessun segnale di volontà di negoziare è emerso dal lato israeliano: il rapporto tra i due governi, già logorato dalla guerra a Gaza, appare privo di quel margine diplomatico che nel 2010 consentì la ricomposizione. Gli analisti ricordano però che una red notice non equivale a un mandato di cattura internazionale, ma è una richiesta di cooperazione alle polizie dei Paesi membri: lo statuto dell’Interpol vieta all’organizzazione di dare seguito a notifiche con finalità politiche, motivo per cui le richieste contro capi di Stato o di governo in carica raramente vengono eseguite.
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