Bunker, quartier generali, situation room: sono i teatri dove leader politici e militari di potenze grandi e meno grandi si riuniscono per seguire l’andamento degli attacchi, dei raid, dei bombardamenti o delle cosiddette esecuzioni mirate che essi stessi ordinano contro obiettivi nemici: “terroristici”, militari o di altro genere che siano. Luoghi nei quali, da qualche tempo, non rinunciano a farsi fotografare o riprendere, per alimentare poi la diffusione d’immagini ‘storiche’ e messaggi di pr mediatiche concepiti per dare un’idea di forza, risolutezza, implacabilità.
E’ successo anche oggi, dopo l’annuncio dell’incursione israeliana a Doha contro alcuni dei massimi dirigenti politici palestinesi di Hamas: sorpresi – a quanto pare – proprio mentre si riunivano per discutere l’ennesima proposta di tregua messa sul tavolo da Trump. L’istantanea fatta circolare a stretto giro dall’ufficio di Benyamin Netanyahu mostra in primo piano il volto serioso del premier, affiancato dal suo ministro della Difesa, Israel Katz, e da alcuni alti papaveri del governo e dei servizi segreti (in qualche caso col viso oscurato): tutti concentrati a osservare l’ora x di una rappresaglia post 7 ottobre dagli effetti incerti. Mirata contro i vertici in esilio di Hamas, ma che secondo talune fonti potrebbe aver causato solo la morte di un funzionario di seconda fila e di un ragazzino, figlio d’uno dei bersagli programmati.
Resta comunque l’aura severa e bellicosa dei leader israeliani, evidenziata a uso e consumo dell’opinione pubblica dalla saletta di un centro operativo, forse un bunker, interno alla sede dello Shin Bet: la temuta intelligence domestica dello Stato ebraico.
La sceneggiatura ricalca d’altronde un modello made in Usa.
Quello replicato nelle varie foto immortalate nella situation room della Casa Bianca a ‘celebrare’ rese dei conti americane cruciali. Con l’intento di passare alla storia. La più nota di tutte rimane forse quella scattata il primo maggio 2011 da Pete Souza, fotografo capo della presidenza ai tempi di Barack Obama: nel giorno in cui Washington annunciò l’operazione Neptune Spear, accreditando ai suoi commando della marina l’uccisione ad Abbottabad, in Pakistan, di Osama bin Laden, lo sceicco del terrore inseguito da un decennio per il micidiale attacco dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York. Uno scatto destinato agli annali, laddove Obama appare circondato dal suo team di sicurezza, inclusi l’allora vicepresidente Joe Biden, la segretaria di Stato, Hilary Clinton, e il capo del Pentagono, Robert Gates. Tutti catturati a osservare – fra tensione e orrore – una sorta di cronaca diretta del blitz dei Navy SEALs, secondo il racconto di Leon Panetta, direttore all’epoca della Cia: stando al quale il presidente si risparmiò comunque la visione occhi negli occhi dell’assassinio del fondatore di Al Qaida.
Un contesto riprodotto, in formato e stile tuttavia diversi, in occasione del raid mortale condotto sempre dagli Usa, ma durante la prima presidenza di Donald Trump, contro Abu Bakr al-Baghdadi: califfo dell’autoproclamato Stato Islamico (Isis), stanato nell’ottobre 2019 alle porte di Barisha, nel governatorato siriano di Idlib. Epilogo a cui l’amministrazione allegò una fotografia assai meno affollata e informale rispetto a quella obamiana, quasi da ritratto cerimoniale in posa, con Trump impegnato secondo i resoconti a seguire il ‘live’ dalla Siria. The Donald vi sfoggia un cipiglio fiero, al centro d’un tavolo a ferro di cavallo, con accanto il consigliere Robert O’Brien, il vicepresidente Mike Pence, il segretario alla Difesa, Mark Esper, il generale Mark Milley, capo degli stati maggiori riuniti e il generale Marcus Evans, numero due dell’antiterrorismo al Pentagono.
Iconografia fin troppo curata, nel giudizio di vari analisti e detrattori. Tale da suggerire qualche dubbio sulla ricostruzione ufficiale: come sempre, del resto, in questi casi, al di là di ogni tam tam propagandistico.
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