Dalla guerra alla cura: Anna, Oleg e Ilya, il viaggio dei bambini ucraini in Italia – Notizie – Ansa.it

Dalla guerra alla cura: Anna, Oleg e Ilya, il viaggio dei bambini ucraini in Italia – Notizie – Ansa.it


“L’ho vista rinascere a sei mesi, giorno dopo giorno”, racconta Irina, pensando ad Anna arrivata a Roma in piena guerra. Vladimir è un papà sospeso tra paura e speranza, che vive ad Anagni e non può allontanarsi dal figlio: “Ilya soffre di crisi epilettiche, possono arrivare in ogni momento”. Il piccolo Oleg ha sconfitto la leucemia ed è tornato in Ucraina. Sono alcuni degli oltre 3.500 i bambini arrivati a bordo di ambulanze, pullman o voli umanitari e accolti all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù dal 24 febbraio 2022, giorno in cui è iniziata l’offensiva militare russa contro l’Ucraina.

A ormai quattro anni di distanza, secondo l’Unicef, i bambini in fuga dal conflitto sono più di 2,5 milioni: 791.000 sfollati in Ucraina e 1,7 milioni rifugiati all’estero. Più di 3.200 sono stati uccisi o feriti. La guerra ha costretto migliaia di famiglie a trasformare la fuga in una corsa contro il tempo per salvare i propri figli. Molti bambini malati o mutilati dalle bombe hanno però trovato nei reparti italiani una possibilità di cura e di futuro. Tra diagnosi urgenti, trasferimenti continui e percorsi di integrazione, le loro storie intrecciano dolore e resilienza, paura e gratitudine.

Il clown dottori visitano i bimbi ricoverati in corsia


 

Dai mutilati agli oncologici, 3.500 curati al Bambino Gesù: “Li abbiamo visti rifiorir, le cicatrici sono più psanti nei genitori”

Dall’inizio della guerra nel 2022, l’Organizzazione mondiale della Sanità ha certificato almeno 2.841 attacchi all’assistenza sanitaria.  “In Ucraina, gli ospedali, prima del conflitto, erano ben funzionanti ma con la guerra molti sono stati distrutti mentre gli altri si sono riempiti di feriti e svuotati di farmaci. I primi pazienti – racconta all’ANSA Lucia Celesti, responsabile Accoglienza dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma – arrivarono il primo marzo di quattro anni fa, un po’ alla spicciolata, fuggiti grazie a conoscenze in Italia. A spingerli, anche la mancanza di medicinali indispensabili, come antibiotici, antidolorifici, farmaci oncologici o per l’epilessia. Successivamente, arrivarono in pullman pazienti in condizioni molto gravi e almeno 12 voli di equipe mediche di ospedali italiani furono organizzati per andare a prelevarne altri alla frontiera con la Polonia o la Romania. Ad oggi sono oltre 3.500 i bambini accolti nella nostra struttura, altre centinaia sono stati distribuiti in altri ospedali italiani. I bambini li abbiamo visti rifiorie, chi porta le cicatrici più pesanti sono spesso i genitori”.

Oltre confine, i rifugiati soffrono per l’insicurezza economica, esclusione social, barriere linguistiche e disagio psicologico. Per molti, l’arrivo in Italia, insieme al dolore della guerra, ha rappresentato però una speranza di salvezza. “Alcuni presentavano tumori pediatrici, altri malattie reumatiche e croniche importanti. Non tutti per fortuna erano gravi. C’erano poi anche bimbi – prosegue la dottoressa Celesti – che sono stati feriti e amputati a causa delle bombe. Come Lidya (nome di fantasia), che abitava a 70 km da Kiev e 11 anni viaggiava su un’auto colpita da bombe, il papa l’ha portata in braccio per tre km fino al primo presidio sanitario. Da noi è arrivata poche settimane dopo l’amputazione del braccio. Da subito lei come gli alti, hanno avuto lezioni di italiano per aiutare l’inserimento”.

Video In quattro anni di guerra, all’Ospedale Bambino Gesu’ curati 3.500 bimbi

 

Oleg: “In Italia mio figlio ha sconfitto la leucemia. E siamo tornati a casa”

Per alcuni l’esodo è stata la salvezza, avendo ricevuto diagnosi o trattamenti inadeguati. Alcuni cercano di rifarsi una vita qui. La maggior parte di loro vuole tornare al proprio paese. Così ha fatto la famiglia di Oleg, che nel 2022 aveva 4 anni. Un mese dopo l’invasione dell’Ucraina gli viene diagnosticata la leucemia. “Vivevamo a Kiev e la situazione negli ospedali – racconta il papà, che si chiama come il figlio – era molto complicata. Mancavano farmaci e molti ospedali erano stati distrutti. Con l’aiuto di volontari siamo riusciti ad arrivare in Italia. Nello stesso giorno del nostro arrivo Oleg è stato ricoverato all’ospedale Bambino Gesù dove i medici hanno cominciato subito gli accertamenti e la terapia. Per qualche mese, con mia moglie Anastasia e i nostri figli, abbiamo alloggiato in un albergo della Protezione civile. Dopo pochi mesi, ho trovato un lavoro e siamo riusciti a trovare una casa per conto nostro, lasciando il posto a chi aveva più bisogno di noi. Oggi mio figlio sta bene. Oleg ha sconfitto la leucemia. Siamo ritornati a casa nostra in Ucraina e in Italia torniamo solo per i controlli periodici. Con difficoltà ma cerchiamo di andare avanti. I bambini hanno ritrovato i loro compagni di classe”.

Oleg, arrivato in Italia a 4 anni con una diagnosi di leucemia

 

Irina: “Anna aveva una grave malattia rara, l’ho vista rinascere a 6 mesi”

Irina, invece, è partita da Kiev nel dicembre 2022, quasi un anno dopo lo scoppio del conflitto. “Con mio marito Valery e i nostri figli Anna e Artem siamo stati costretti a lasciare la nostra casa a causa dell’invasione. Anna aveva sei mesi e sospettavamo soffrisse di una grave malattia rara, impossibile da diagnosticare e curare tra esplosioni e bombardamenti”.

Con l’aiuto dei volontari, il 2 gennaio 2023 la famiglia è arrivata a Roma, in un centro di accoglienza. Il giorno successivo, la madre e la piccola Anna erano già ricoverate al Bambino Gesù. Presto la diagnosi di ipercalcemia unita acidosi tubolare, che provoca pesanti danni ai reni. “Grazie medici e strutture qualificate abbiamo visto le condizioni di Anna migliorare di giorno in giorno, è come rinata”. È iniziato poi il percorso di integrazione. “L’apprendimento della lingua italiana inizia già in ospedale sia per i pazienti che per i loro familiari, che sono affiancati anche da un percorso psicologico e da mediatori culturali. E’ presente anche un servizio di scuola in corsia per favorire l’inserimento scolastico”, precisa Lucia Celesti, responsabile Accoglienza dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma.

Gli ucraini rientrano nel regime di protezione temporanea dell’Unione Europea, recentemente esteso fino al 4 marzo 2027 a causa del perdurare del conflitto: la misura garantisce accoglienza, assistenza sanitaria e sociale, istruzione, accesso al lavoro e residenza legale. Per loro, come per molte altre famiglie, però, per Irina, l’accoglienza ha significato anche continui trasferimenti.

“Un anno dopo – spiega – siamo stati spostati in un altro centro vicino a Roma. È stato difficile, soprattutto per Artem, che ha dovuto cambiare scuola e ricominciare da capo. In totale abbiamo affrontato quattro traslochi in un anno. Alla fine, grazie all’aiuto di una famiglia italiana, siamo riusciti a trovare un appartamento in affitto. Oggi viviamo in una casa nostra, lavoriamo e studiamo. Volontari, assistenti sociali e organizzazioni – conclude – ci hanno accompagnato durante il percorso. Siamo profondamente grati”.

Vladimir: “Per il tumore al cervello Ilia soffre di epilessia, non mi allontano mai da lui”

Tra le storie di chi è arrivato in Italia per curare i propri figli c’è anche quella di Vladimir, che in Italia è solo con due figli, oggi di 12 e 17 anni. Abitava a Ternopil, a 120 km da Leopoli. “Quando è scoppiata la guerra, mi trovavo in ospedale con mio figlio Ilya, a cui era stato da poco diagnosticato un tumore cerebrale”. Dopo un primo intervento che aveva aggravato la situazione, il padre con i due figli vengono evacuati in Italia e presi in cura al Bambino Gesù.

Ilya è arrivato in Italia a 8 anni con la diagnosi di tumore cerebrale

Durante le cure intensive, insieme al figlio maggiore Denis alloggiano nella Casa di Peter Pan, una struttura per bambini malati oncologici. “Eravamo vicini all’ospedale e ad altri connazionali che potevano aiutarci nella gestione della quotidianità, visto che mio figlio ha bisogno della mia presenza continua: Ilya, a causa del tumore che preme sul cervello, ha crisi epilettiche ricorrenti ed emicranie debilitanti, ”, prosegue Vladimir.

Dopo un anno, però, la struttura ha chiuso e la famiglia è stata trasferita prima a Fiuggi, poi a Frosinone e infine ad Anagni, in un centro di prima accoglienza insieme a migranti da tutto il mondo. “Le conseguenze del tumore, che è stabile, non è aumentato ma neanche regredito, rendono necessari frequenti controlli a Roma. L’ultimo ricovero è durato un mese. Denis, intanto, studia a Roma per diventare elettricista e ogni mattina parte alle quattro con il pullman. Siamo grati per il supporto – spiega Vladimir – ma la fatica e le difficoltà economiche sono ancora enormi e vorremmo trovare una stanza a Roma, per essere più vicini, soprattutto all’ospedale”.

Vladimir con i figli Ilya e Denis, che oggi hanno 12 e 17 anni

Tra tanti bambini guariti o ancora in cura, c’è anche chi non ce l’ha fatta, come la piccola Sofija, morta a causa di un tumore. A lei le famiglie ucraine intendono dedicare un’associazione per sostenere i piccoli pazienti che non possono curarsi nei propri Paesi d’origine: un modo per trasformare il dolore in aiuto concreto per altri bambini.

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