Dieci anni fa Alan Kurdi, simbolo delle tragedie in mare – Europa – Ansa.it

Dieci anni fa Alan Kurdi, simbolo delle tragedie in mare – Europa – Ansa.it


 L’immagine del suo corpicino riverso sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, diventò il drammatico simbolo delle tragedie del mare e della crisi migratoria.

Era il 2 settembre del 2015, esattamente 10 anni fa, quando quell’istantanea, scattata dalla fotoreporter turca Nilufer Demir, commosse il mondo e scatenò l’indignazione a livello globale. Per tutti Alan Kurdi è rimasto l’immagine di una tragedia senza fine.

E con il suo nome è stata ribattezzata anche una nave della ong tedesca Sea Eye, impegnata nei soccorsi di migranti nel Mediterraneo. A faccia in giù, appena lambito dall’acqua, le braccia abbandonate, immobile nella morte. La foto del piccolo profugo siriano, annegato davanti alla spiaggia di Bodrum, paradiso turistico della Turchia, con la sua magliettina rossa, i pantaloncini scuri, le scarpe allacciate, è entrata nella storia

Esattamente dieci anni fa il corpo del bimbo venne ritrovato sul bagnasciuga della nota località di vacanza della costa egea. Da lì, in uno delle centinaia di viaggi disperati verso l’Europa, era partito poche ore prima verso l’isola greca di Kos. Ma il gommone su cui viaggiava, precario e sovraffollato, si ribaltò prima di colare a picco. I soccorritori riuscirono a salvare 9 migranti, ma per Alan, la mamma Rehana e il fratellino Galib di 5 anni non ci fu nulla da fare. Kurdi e la sua famiglia salirono a bordo del piccolo gommone che – secondo le ricostruzioni – si capovolse solo cinque minuti dopo aver lasciato Bodrum.

A bordo vi era un numero di passeggeri quasi tre volte gli 8 previsti dalle norme di sicurezza per quel tipo di natante. Il papà del piccolo in seguito dichiarò che nessuno degli occupanti aveva giubbotti di salvataggio, ma poi precisò che li avevano indossati, salvo poi scoprire che erano finti e inutilizzabili.

Il gommone riuscì ad eludere la sorveglianza della guardia costiera turca, salpando da una spiaggia isolata in tarda notte “Ho perso tutto e non ho più niente da chiedere alla vita. Ma i miei figli Alan e Galip, e mia moglie, non sono morti invano. Non è stato un sacrificio inutile perchè in cuor mio sento che il mondo si sta svegliando e si sta rendendo conto del dramma della Siria e del bisogno di pace” aveva detto il padre del bimbo, Abdullah Kurdi subito dopo il naufragio. Aveva pagato 4.000 euro per quel viaggio della morte, per quel passaggio di soli 5 chilometri su un gommone che da Bodrum li avrebbe portati all’isola greca. Da Kos i piani erano quelli di raggiungere poi il Canada per iniziare una nuova vita.

Un sogno sfumato. Gli scafisti che organizzarono il viaggio della famiglia Kurdi nel 2020 sono stati condannati a 125 anni ciascuno per traffico di esseri umani e omicidio. Dal naufragio costato la vita al bambino curdo siriano e a gran parte della sua famiglia, nel Mediterraneo sono morte altre 28 mila persone. Tra loro almeno 3.500 i bambini.

Riproduzione riservata © Copyright ANSA



Source link