(di Marzia Apice)
DONATA COLUMBRO, PERCHE’ CONTARE I
FEMMINICIDI E’ UN ATTO POLITICO (Feltrinelli, pp.208, euro 18).
Lasciare un segno per ogni vita persa e raccontare storie di
dolore, abuso e sopraffazione utilizzando insieme le parole e i
numeri, perché “nominare” e “misurare” sono le azioni
indispensabili per provare a contrastare la violenza di genere.
A spiegarlo, con una approfondita e lucida analisi, è Donata
Columbro, autrice per Feltrinelli del saggio “Perché contare i
femminicidi è un atto politico”.
La riflessione inizia da una constatazione: non esiste una
neutralità statistica, i numeri cioè sono frutto di una scelta
precisa, e quindi, di dinamiche di potere. In un fenomeno
complesso come quello dei femminicidi, e della violenza di
genere, capire “cosa” contare e “come” classificare i dati è
essenziale. In Italia per esempio non esiste un registro
ufficiale dei femminicidi, non ci sono cioè dati facilmente
consultabili e accessibili a tutti, e le statistiche legate alla
violenza degli uomini sulle donne spesso vengono inglobate in
misurazioni più generali. Eppure, spiega Columbro, “il
femminicidio non è un fatto privato, ma l’espressione di una
violenza e di un abuso di potere sostenuto dalla struttura
patriarcale delle istituzioni e di una cultura che vede
l’egemonia maschile come normale, statisticamente e
socialmente”. La violenza (fisica, ma anche psicologica ed
economica) e la disuguaglianza tra i sessi si riconoscono anche
dai numeri, se però organizzati in modo chiaro e sistematico. Ed
ecco perché, a fronte di una carenza di chiarezza statistica da
parte delle istituzioni, il lavoro di raccolta portato avanti
tra mille difficoltà dalle associazioni femministe, molto
radicate nei territori e a contatto con le famiglie delle
vittime o con le “sopravvissute”, assume una valenza cruciale: i
loro “contro dati” allargano l’orizzonte dell’analisi, facendo
emergere con i numeri similitudini e differenze e quindi
aggiungendo dettagli utili alla comprensione di un fenomeno che
va letto nella sua globalità. Dai dati per esempio capiamo che
la violenza non conosce distinzioni geografiche, o di età e
classe sociale, e soprattutto che non esiste “normalità” che
tenga: a colpire infatti non sono soltanto uomini che vivono in
condizioni di degrado o ai margini della società, ma spesso sono
proprio i nostri “bravi ragazzi”, i partner (o ex partner), i
familiari, le persone più vicine. E le vittime, chi sono?
Potenzialmente tutte le donne, spiega l’autrice, che nel libro
ha raccontato non solo cosa accade in Italia ma anche il
contesto internazionale: in carriera o disoccupate, di qualsiasi
nazionalità e grado di istruzione, dalle studentesse alle sex
workers, dalle persone transessuali a quelle disabili fino alle
madri di famiglia, non ci sono donne escluse, perché il tema qui
è il possesso, il voler impedire l’emancipazione, il non
accettare la libera scelta della donna, il ricatto economico.
“Contare, misurare e rendere pubblici i dati in modo
disaggregato” quindi, ci dice la giornalista, divulgatrice e
scrittrice, è un “atto politico” per estirpare le radici della
cultura del patriarcato dalla nostra società: un’opportunità che
può servire soprattutto ai decisori politici, utile per capire
quali azioni mirate adottare, in termini di fondi (per offrire
un posto sicuro a chi scappa o per rispondere ai bisogni di chi
sopravvive o dei familiari che restano), convenzioni da fare,
divulgazione culturale (nelle scuole, per esempio).
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
