L’Associazione Differenza Donna ha presentato il 26 marzo un esposto formale alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, chiedendo l’avvio di indagini approfondite in relazione ai cosiddetti “Epstein Files” e ai possibili collegamenti con il territorio italiano e persone italiane e chiede “l’avvio di indagini su possibili reati transnazionali di tratta, violenze sessuali e sfruttamento sessuale di donne, ragazze e minori connesse ai documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d’America”.
L’esposto – redatto dalle avvocate Maria Teresa Manente e Iaria Boiano responsabili dell’ufficio legale dell’associazione – documenta “come dai file del DOJ emergano ricorrenze di soggetti italiani, riferimenti significativi e non episodici di soggiorni, spostamenti e relazioni in località italiane – Capri, la Costiera Amalfitana, la Costa Smeralda, Milano e Roma – nonché contatti con soggetti inseriti in circuiti economici e sociali di rilievo internazionale che potrebbero aver svolto un ruolo nella rete di sfruttamento e di stupri”.
“Come associazione impegnata nella gestione dei Centri antiviolenza da oltre 30 anni abbiamo ritenuto necessario rivolgerci alla Procura perché i materiali emersi non possono restare confinati nel dibattito mediatico. La dimensione transnazionale delle condotte e la presenza di riferimenti al territorio italiano impongono verifiche immediate”, afferma la presidente dell’associazione Elisa Ercoli.
Differenza Donna chiede alla Procura di Roma di avviare verifiche investigative “per accertare se il territorio italiano sia stato luogo di transito, di consumazione o di facilitazione dei reati connessi alla rete Epstein”.
In particolare si chiede: “di attivare una rogatoria internazionale tramite il DOJ per ottenere i file non censurati relativi ai soggetti italiani; disporre accertamenti sui flussi finanziari tra Epstein e soggetti italiani, anche attraverso la Unità di Informazione Finanziaria e la Guardia di Finanza; verificare la posizione delle società Harbour Avenue e Harbour V, con sede a Londra e riconducibili a persone italiane, per eventuali profili di riciclaggio; identificare e ascoltare eventuali vittime italiane o residenti in Italia; coordinarsi con le autorità giudiziarie britanniche che stanno già indagando sulla dimensione europea della rete”.
Secondo l’avvocata Teresa Manente, l’esposto “si inserisce in un contesto internazionale in cui diversi Stati hanno già avviato indagini. In Francia la Procura di Parigi ha aperto verifiche su possibili profili di tratta e sfruttamento; in Polonia la Procura nazionale ha avviato un’indagine su reti di traffico di esseri umani; in Norvegia l’kokrim ha aperto un’indagine formale basandosi esclusivamente sui file DOJ, senza elementi nazionali aggiuntivi, trattando la pubblicazione come notizia di reato sufficiente. L’Italia non può restare inerte di fronte a elementi documentali pubblici che la riguardano direttamente. La parola delle donne ha aperto questa frattura, ora non è possibile che le istituzioni in Italia ignorino la dimensione necessaria e urgente dell’accertamento approfondito”.
Da quanto emerge “non siamo di fronte a episodi isolati, ma – aggiunge l’avvocata Ilaria Boiano – a un possibile sistema sociale e politico che si alimenta della cultura dello stupro, della sopraffazione e della disumanizzazione, producendo una progressiva normalizzazione della violenza”.
“Il corpo delle donne e delle bambine continua a costituire uno dei luoghi privilegiati attraverso cui si esercitano dominio, profitto e controllo, spesso all’interno di sistemi economici e relazionali che normalizzano la loro disponibilità e ne occultano la violenza”, conclude Ercoli.
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