Altro sangue in Siria in una nuova fiammata di violenza che prende di mira la minoranza alawita: è di otto morti e decine di feriti il tragico bilancio dell’attentato compiuto in una moschea nel corso della preghiera islamica del venerdì a Homs, nel centro del Paese.
L’attacco è stato rivendicato dagli estremisti sunniti di Saraya Ansar al-Sunna, un gruppo armato nato dopo la caduta di Bashar al Assad, anch’egli appartenente alla comunità alawita – una branca dell’islam sciita -, lo stesso che lo scorso giugno ha rivendicato un attentato suicida contro una chiesa di Damasco, nel quale sono stati massacrati 25 fedeli. Le autorità tuttavia puntarono l’indice contro l’Isis.
I sopravvissuti hanno raccontato che la potente esplosione si è verificata in una moschea del quartiere Wadi al-Dahab di Homs, mentre l’imam si apprestava a iniziare il suo sermone. In pochi secondo un violento boato ha trasformato il luogo di culto in un incubo di polvere e frammenti vaganti che hanno fatto strage.
Damasco ha definito il sanguinoso attentato un “tentativo disperato” di destabilizzare il Paese, promettendo di assicurare i responsabili alla giustizia.
Dalla caduta di Assad, gli alawiti, che per decenni hanno avuto un ruolo predominante in un Paese a maggioranza sunnita, sono presi di mira con rapimenti, assassini e altri episodi di violenza. Lo scorso marzo, negli scontri scoppiati lungo la zona costiera siriana, i morti stimati furono oltre 1.500.
Le autorità di Damasco hanno condotto una massiccia campagna di arresti in aree a prevalenza alawita. Proprio oggi è stato deciso il rilascio di 70 detenuti nella città costiera di Latakia “dopo che è stato dimostrato che non erano coinvolti in crimini di guerra”.
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